giovedì 25 febbraio 2016

Il più *petaloso fior ne coglie

A vantaggio di chi non fosse avvezzo ai segni lingustici, specifico subito che l'asterisco, posto prima di una parola (come avviene nel titolo che riprende il motto dei cruscanti) indica, tra le altre cose, un costrutto agrammaticale o asemantico. Così sapete subito dove voglio arrivare. E se vi sembra che la polemica sia sterile, potete abbandonare qui la lettura.

L'inizio: una vecchia pubblicità di FIAT

Io stimo e ammiro l'Accademia della Crusca. Mi stava simpatica persino quando era formata da vecchi barbogi conservatori: potete immaginare quanto io l'abbia apprezzata da che, recentemente, è entrata nel mondo dei social, ha pubblicizzato su facebook e twitter le sue pubblicazioni e le sue preziose consulenze linguistiche, ha continuato a rappresentare un equilibrato osservatorio sulla lingua, arginando sia l'ipercorrettismo (la cito spesso, ad esempio, quando voglio rivendicare la legittimità d'iniziare una frase con una congiunzione) sia i fenomeni deleteri - in quanto oggettiva fonte di ambiguità - del mutamento linguistico (uno su tutti, il "piuttosto che" disgiuntivo). Tutto questo, riscoprendo, proprio in virtù del suo impegno social, la sua antica vocazione conviviale di combriccola o brigata che non si prende troppo sul serio.
Ma a mio avviso ieri, la Crusca - o, meglio, chi ne cura i profili twitter e facebook - ha avuto una caduta di stile, dimostrando di prendersi davvero troppo poco sul serio. E abdicando alla sua funzione storica, che deve rimanere almeno in parte normativa, come dimostrano gli utili richiami relativi all'uso del congiuntivo e all'abuso dei forestierismi, che pure continua a lanciare. Perché, dunque, favorire la stucchevole deriva dei suffissi in -oso?
La storia è nota a tutti: un bambino di terza elementare di nome Matteo ha utilizzato, in un esercizio sugli aggettivi, la parola "petaloso", riferendosi a un fiore. Fin qui niente da dire: gli errori dei bambini fanno tenerezza e possono essere divertenti. La maestra, o pie pellicane, forse di quelle che preferirebbero veder scorrere il proprio sangue piuttosto che l'inchiostro rosso, ha ben pensato di spronare il pargolo a scrivere all'Accademia della Crusca per ottenere un riconoscimento della propria invenzione. La Crusca, professionale e civile quale è sempre stata, ha risposto con cortesia.
Poi tale risposta è finita sui social. Non so se ad opera della maestra, della scuola, dei genitori o della stessa Accademia. Quel che è certo è che la Crusca ha rilanciato la vicenda, con tanto di hashtag #petaloso. L'hashtag ha avuto successo, la storia ha interessato un sacco di persone (questa settimana gli italiani si sono presi una vacanza dal loro lavoro di "milioni di allenatori" e sono diventati, con Umberto Eco e con "petaloso", milioni di letterati e linguisti) e alla fine - a dimostrazione che di bomba mediatica trattavasi - è stata citata persino da un altro "giovane Matteo", il capo del governo.
La Crusca smentisce: non ha effettivamente approvato l'operato del novello onomaturgo, perché non lo può fare: una parola - spiega la sociolinguista che si è occupata della faccenda - non viene inserita per decreto in un vocabolario, ma deve avere un riscontro positivo nell'uso comune: i parlanti la devono capire e la devono usare. Ecco, io su entrambi i requisiti ho delle perplessità.
1) Quanto alla comprensione: il vocabolo, essendo stato coniato ora e da un bambino non è neutro dal punto di vista affettivo. Non significa soltanto "ricco di petali", ma porta con se tutto il sottotesto del linguaggio pubblicitario, lo stesso da cui derivano i biscotti "inzupposi" del fornaio Banderas, le varie cose "coccolose", e persino il tono che assumono alcune formazioni non recenti in "-oso". Non per nulla gli "amici a quattro zampe" sono sempre più spesso chiamati "i pelosi" (con la variante "pelosetti"); non per nulla il termine "goloso" ora non descrive più solo colui che desidera mangiare qualcosa di buono, ma anche la cosa buona da mangiare. Il suffisso -oso è sovraccarico e stucchevole. E non so quanto tutto questo sia effettivamente percepito da chi ha condiviso l'hashtag.
2) Con la diffusione dell'aggettivo "petaloso" si intendeva, appunto, incoraggiarne l'uso, in modo da poterlo poi eventualmente inserire in un vocabolario, per la soddisfazione della maestra e della componente "social" della Crusca. Ma in qualità di cosa è stato condiviso? In qualità di parola. In tanti casi non si è usato l'aggettivo di cui sopra, ma se ne è parlato. Questo non è uso in termini sociolinguistici. "Petaloso" se mai diventerà una parola vera, entrerà non nel linguaggio, ma nel metalinguaggio. Vorrà dire "termine infantile e stucchevole, maldestramente formato e immeritatamente divulgato".
Il che, tutto sommato, potrebbe essere "curioso" - quale vocabolo che vuol dire solo se stesso: nomina nuda tenemus direbbe Eco - e, temendo che questo caso non resterà isolato, utile.

domenica 14 febbraio 2016

Valentine e i Mechardionici

Su Mondo9 oggi è una giornata speciale per tutti i rubacuori. Dalla sommità innevata del monte Cupidus, la nave Valentine sbattendo stucchevolmente le estremità pennute – assemblate con mille cadaveri di aliquadre – spicca il volo leggiadra, le fiancate accese di rosso, a regalare una speranza a tutti i mechardionici che hanno il cuore ormai atrofizzato, secco, quasi sul punto di fermarsi.
Nessuno sa da dove provengano tutti i cuori freschi, grondanti e pulsanti che ogni anno, puntuale, la Valentine fa cadere a pioggia su Mecharrat, sulle sue strade subito imporporate nonostante la folla e i colatoi; sui tetti degli edifici che si allargano e si stringono ad imbuto per raccogliere il prezioso dono del cielo.
Alcuni dicono che sono prodotti in sperduti laboratori, vestigia dei tempi andati, di quando gli avvelenatori sapevano infondere la vita oltre che toglierla. Altri reputano – e io mi sento di sposare questa tesi – che appartengano a coloro che, per scelta o per destino, il 14 febbraio non abbiano di meglio da fare che recensire Mechardionica, seconda parte del Millemondi Urania dedicato al riuscitissimo e fortunato worldbuilding di Dario Tonani.


Come l'originario Mondo9 anche Mechardionica è un fix-up di racconti.
Nella prima raccolta il personaggio principale era la Robredo – una delle ormai celebri navi a ruote –, e gli esseri umani erano poco più di vittime di un mondo crudele, inabitabile, dove quasi ogni speranza era loro preclusa. In Mechardionica l'arco narrativo segue invece le vicende di Naila (una ragazzina dalla tempra e dal carattere tali da consentirle, ancora adolescente, di governare uno dei colossi che solcano le distese desertiche o aeree di Mondo9) e di altri personaggi che, se non proprio umani, sono umanoidi antropomorfi.
Anche questa seconda prova mondonoviana di Tonani è dunque all'insegna dell'ibridazione, del riciclo, del passaggio continuo di parti e di ruoli tra l'organico e l'inorganico. Parla, in fondo, della permeabilità delle barriere tra ciò che è vivente e ciò che non lo è; tra ciò che è umano e ciò che è meccanico.
La principale novità del romanzo sono, appunto, i Mechardionici: anello di congiunzione tra il sentire e il ragionare umano e quello macchineo, persone che il Morbo del metallo ha consumato fin oltre la morte, saltando però – inesplicabilmente – proprio il trapasso, in apparenza passaggio obbligato. Esseri che ora, per vivere, hanno bisogno di strappare e custodire i cuori delle loro sfortunate vittime. Ma che – lo si apprende nell'ultimo racconto – sono essi stessi quei cuori e che, come specie, ambiscono a un'evoluzione ulteriore, che per ora è ancora avvolta nel mistero.
Se l'ambientazione fosse fantasy, direi che i Mechardionici, così come gli Interni – altra varietà semiumana prodotta dall'interazione con le navi – rientrano nella categoria dei non-morti: i primi sono costrutti corporei, i secondi spiriti incorporei. Ibrido, quindi, in Tonani, è anche il genere letterario. E, per quanto Mechardionica sia, ovviamente, lontano dal fantasy citato sopra, non si può certo dire che sia un planetary romance di fantascienza dura, poiché l'elemento soprannaturale, per chi voglia capire come funziona Mondo9, ha un ruolo almeno comprimario, e l'incredulità da sospendere, in questo secondo fix-up, è parecchia.
A tenere alta la bandiera fantascientifica ci pensa la consequenzialità (vera o apparente poco importa – ci può essere consequenzialità anche nel soprannaturale) dello sviluppo biologico ed ecologico di Mondo9. I Mechardionici, così come avviene per ogni creatura introdotta nell'ambientazione, sono presentati a poco a poco: l'autore li mette alla prova, ne valuta le modalità di sopravvivenza spingendole all'estremo, ne descrive i rapporti con l'ambiente e le altre creature di Mondo9. Primi tra tutti gli esseri umani, giacché è da una prospettiva antropica – essendo il lettore umano fino a prova contraria – che conviene partire. Ed è vero che la narrazione procede meno freddamente rispetto al primo romanzo, anche perché il lettore trova dei personaggi nei quali identificarsi e ai quali affezionarsi. E che non muoiono ad ogni capitolo. Ma nondimeno procede (o fa finta di procedere, ed è lo stesso) con l'ineluttabilità della selezione naturale: i personaggi, le navi, gli insediamenti, non sopravvivono solo in virtù del loro essere caratteri per i quali l'autore e il lettore fanno il tifo, ma perché si adattano e reagiscono agli stimoli a cui di volta in volta l'intreccio li sottopone. E se non ce la fanno – e qui si potrebbe citare il buon G.R.R.Martin, anche fantascientifico – sono soppressi senza pietà.

Per certi aspetti, Mechardionica è ancora più interessante e vario di Mondo9: vengono introdotti nuovi elementi a un buon ritmo; l'orizzonte si espande, l'autore si focalizza proprio sul processo d'invenzione, toglie e dà, quasi strizzando l'occhio, materiale su cui speculare, su cui ipotizzare e scrivere fanfiction: che sono già numerose e che rappresentano un importante sintomo del successo di un worldbuilding.
Con gli interludi – più suggestivi e in genere meglio scritti, magari solo per la loro brevità, dei racconti lunghi – Tonani sventa quasi sempre il pericolo della monotonia del mondo desertico, introducendo personaggi secondari e presentando con la meritata attenzione nuove "scenografie" (la giungla, la città, il cimitero delle navi, i paesaggi ghiacciati) che poi verranno appena appena accennate nei racconti lunghi, a vantaggio di un'azione incalzante.
C'è pure, a mio avviso, qualche punto debole. L'ultimo racconto è incalzante, sì, forse troppo. I repentini cambi di scena, di luogo, di focalizzazione sono, si capisce, pensati affinché la forma si adegui al contenuto. Ma la concitazione è esagerata e si sperimenta, o almeno io ho sperimentato, lo sfumare delle immagini, prima vivide, in una sequenza di parole.
Un altro punto dolente, secondo me, è l'utilizzo frequente di metafore morte o inappropriate tipo "come un sacco di patate", o "come un penitente in ginocchio sui ceci” o ancora “come se Naila galleggiasse in un'immensa tazza di caffè”. Per tutto il romanzo il punto di vista non è neutrale e le metafore e similitudini dovrebbero assumere i caratteri e la mentalità interne al mondo descritto, come quando si parla, giustamente, di "una colonia di bulloni". Nelle cadute di stile di cui sopra, invece, il lettore viene riportato fuori dalla narrazione da metafore che hanno a che fare con la sua cultura e la sua quotidianità. A meno che in Mondo9 non ci siano sacchi di patate, penitenti in ginocchio sui ceci e tazze di caffè.

A conclusione di questa recensione di san Valentino cito uno dei punti più interessanti del romanzo, e certo adatto all'occasione. Come si misura la tempra e il carattere di un capitano? Quali sono le doti che consentono a Naila di governare le centinaia di tonnellate di nave, essere vivente ma bestiale come la verdesca dal cui cuore trae la sua essenza?
Sono le qualità prettamente umane: quelle della curiosità e della ricerca della bellezza. Quel passo di danza, attività faticosa e gratuita, antieconomica per eccellenza. Che è il miracolo forse che consente ancora agli esseri umani, autenticamente umani, di trovare un posto nell'inferno di Mondo9.

giovedì 24 dicembre 2015

Il sonno della forza genera mostri

Possiamo anche chiamarla recensione, ma è più che altro un insieme di cose che voglio dire su Star Wars Episodio VII, Il risveglio della forza. Lascio le recensioni a chi ne capisce più di me, e gli insiemi delle cose da dire a chi ne capisce altrettanto, o meno. Ovviamente non sono ottimista riguardo alla capacità di ciascuno di valutarsi...
Mettiamo subito le cose in chiaro: se per voi "Star Wars non è fantascienza" allora "Questa non è la recensione che state cercando". Perché si soffermerà su questo punto, tanto accanitamente quanto sterilmente dibattuto, giusto il tempo necessario a darvi torto.
L'appartenenza di un'opera a un genere (letterario o cinematografico) ha basi storiche e sociologiche; non è qualcosa che per capriccio o per eroica difesa della categoria possano stabilire l'ultimo degli scribacchini o il primo dei maestri indiscussi dell'estrapolazione straniante e trasformativa della società. Che SW sia soltanto un tipo di fantascienza, e che altri tipi possano piacere di più ed essere più rappresentativi e vicini all'ideale di genere, l'accetto senza problemi.
Ma rifiutare di ascrivere un'evidente Space opera al genere fantascientifico mi ricorda il comportamento di quello che, vergognandosi delle proprie origini popolari, a chi chiedesse chi fossero i suoi avi, rispondeva "l'antenato sono io". Fantascienza non è solo sinonimo di qualità, profondità, speculazione ecc. Fantascienza sono anche le astronavi, i robottoni, i laser, i pianeti che esplodono, le venusiane che corrono mezze nude. E l'evoluzione che la fantascienza ha avuto a partire dagli anni Cinquanta, prima con la social science fiction e poi con l'inner space, con Ballard, Lem, Dick, Le Guin è stata bellissima e necessaria a ridefinire il genere. Ma per un certo tempo la fantascienza è stata erede delle edisonate e dei romanzi coloniali e rispetto a quest'ultimi è stata praticamente solo un mutamento d'ambientazione per l'avventura, senza velleità estrapolative. Inoltre, anche se così non fosse, ritengo che il pubblico sia il giudice ultimo per dire se una cosa è fantascienza o meno. Anche con questo criterio, Star Wars è fantascienza e negarlo perché sperate in una fantascienza migliore mi pare, quello sì, una narrazione del tutto personale, escapista e d'evasione.


Ma veniamo al film. Mi è piaciuto molto, ma non lo ritengo un capolavoro. Negli ultimi anni, al cinema ho visto due o tre film di fantascienza migliori, come Interstellar, Cloud Atlas e anche alcuni film non di genere che mi hanno interessato e coinvolto di più. Ma, in sette giorni, Il risveglio della forza l'ho visto due volte, e tra una visione e l'altra ho letto molte opinioni e recensioni e ci ho riflettuto abbastanza anche per scrivere queste righe. E la seconda volta il film mi è piaciuto più della prima. Segno inequivocabile di una fulminante invasione memetica dell'immaginario, a cui si cede consapevolmente o volontariamente. Ho ceduto volontariamente, e penso sempre di più che buona parte del piacere di Star Wars sia il suo essere epica contemporanea, coi tratti fondanti di questo tipo di narrazione: quello contenutistico (lotta superomistica tra bene e male), quello strutturale (ripetitività di schemi e forme) e quello sociologico (aspetto 'identitario'; diffusione e riconoscibilità dell'opera; possibilità di trovare un vasto numero di persone che hanno una conoscenza approfondita). Formulo il paragone con una domanda: quanti individui nel mondo conoscono Darth Vader (così come Harry Potter o Frodo) e quanti Ulisse (così come Beowulf o Orlando)?

Ho molto da dire e temo che se non lo facessi per punti non finirei più. Mi limito a fare una lista di pro e di contro.

PRO

– Come sempre, SW è uno spettacolo per gli occhi, costantemente sgranati e stupiti di fronte alle ambientazioni, alle astronavi, ai pianeti, alle creature, persino agli elementi della cultura materiale dei personaggi. Alcuni più di altri. E in questo episodio a colpirmi è stato soprattutto lo sguardo archeologico, a strati, rivolto alle vestigia che le civiltà lasciano nel loro fiorire e declinare: la protagonista che prima di iniziare la sua avventura abita in un Camminatore AT-AT e che poi fa volare il Millennium Falcon all'interno del relitto di uno Star Destroyer semicoperto dalla sabbia; quella sorta di palazzotto a guglie trasformato in un pub o una cantina sociale sul pianeta di Maz Kanata; il fatto stesso che Luke Skywalker sia impegnato alla ricerca del primo tempio Jedi.

– Sempre per quel che riguarda l'aspetto visivo, ho apprezzato i combattimenti. Non sono un conoscitore, ma mi sembrano più realistici rispetto alla seconda trilogia: nella galassia repubblicana il combattimento con la spada laser è una disciplina marziale, un'arte, quasi una danza. Poi negli episodi IV, V e VI, la disciplina degenera (mi rendo conto che è anche perché gli episodi sono precedenti) e si fa meno elaborata. In questo episodio VII anche la spada laser diventa uno strumento di sopravvivenza. Non "wow, una spada laser", ma quasi un'arma con cui combattere in mancanza di altro, come avviene per Finn. Mi pare un'evoluzione credibile.

– Novità rispetto alle trilogie precedenti: il citazionismo. Non solo dei film pregressi, ma anche di elementi riconoscibili della storia del cinema o della storia tout court. Mi vengono in mente la scena degli elicotteri al tramonto in Apocalypse now, riproposta con i Caccia TIE, e i raduni nazisti di Norimberga rievocati dalle masse ordinate di Stormtrooper, dal tono del despota di turno e dal rosso vivo degli stendardi.

– L'istituzione malvagia di turno, il Primo Ordine, un misto tra il Nuovo Ordine Mondiale e l'efficientismo nazista contaminato da un pensiero mistico-magico (di modo che i Sith possano farne parte). Sorta dalle recenti ceneri dell'impero, non è una gerontocrazia (ricordate i vecchi generali e colonnelli di Vader?) ma un'organizzazione militare che persino ai suoi vertici ha dei rampanti ufficiali non più che trentenni. Unico grande vecchio è il leader Snoke, autocrate che si manifesta soltanto attraverso un ologramma gigante e che mi piace pensare caratterizzato invece dalle dimensioni di Yoda. Anche questo un valido aggiornamento e una rottura di stereotipi.

– I personaggi, escluso Kylo Ren (di cui dirò sotto), sono interessanti, ben caratterizzati, ben recitati. L'accento posto programmaticamente su quelli femminili è decisamente un'ottima scelta: da Rey a Leia a Maz Kanata (trasposizione dell'Edna Mode degli Incredibili) le donne sono convincenti e non stereotipate o, nell'ultimo caso, stereotipate bene. Rey è un personaggio portante e forse il migliore del film: l'immancabile potenza positiva che viene dal deserto, da umili origini. Leia non è ancora in primo piano ma sono abbastanza sicuro che si farà notare almeno in uno degli episodi successivi; a parte quando parla del figlio, è credibile e mi fa venire in mente le foto delle vecchie partigiane. Harrison Ford è un Han Solo impeccabile: contro ogni aspettativa, non mi sono quasi mai accorto che è un vecchio. Finn è stato una delle più grandi sorprese del film: grazie a lui sappiamo che gli Stormtrooper non sono più cloni ma bambini soldato, sottratti in fasce alle loro famiglie e ricondizionati. Quando, col casco sporco di sangue – in un certo senso già marchiato – FN-2187 si è distinto dalla massa dei suoi colleghi e ha reagito al condizionamento guadagnando la sua dignità di individuo-personaggio, mi sono emozionato.

CONTRO

– L'elemento in assoluto più deludente del film è il cattivo di turno, Kylo Ren: adolescente rabbioso e piagnucoloso per il suo titanismo insoddisfatto. Che quando si toglie la maschera fa rimanere increduli, perché non è deforme o ustionato, ma soltanto bruttino. Prevedibilmente, ancora sbarbatello, è diventato un pezzo grosso di Casa Pound, pardon, del Primo Ordine.
Ren affetta con la spada laser suppellettili, macchine e individui, tortura psicologicamente giovani donne e contribuisce ad olocausti interplanetari, ma i suoi genitori – in questo perfetti antiautoritari sessantottini sessantottenni – lo trattano tutt'al più come un ragazzo difficile, come se fosse solo scappato dal focolare domestico ("Riportalo a casa, Han!") come se fosse un tossichello che ha preso la via dello spaccio. Capisco le ragioni per le quali qualcuno l'apprezza o lo giustifica, ma non riesco proprio a farle mie. A livello di coerenza interna al film e alla saga mi ha dato davvero fastidio: voglio un Sith malvagio e irrecuperabile fino alla morte, non un bimbominkia che fa il cosplay del nonno fascista.

– La spada laser sembra a disposizione di tutti e le discipline della forza risultano di semplice e spontaneo apprendimento. Muovo questa obiezione con lo stesso fastidio della precedente per il parziale snaturamento di aspetti che ritenevo importanti in Star Wars. Non per questo, ovviamente, mi spingo a dire che Il risveglio della forza non è Star Wars.

– La trama, molto scarna e prevedibile. Più che altro è una carrellata di ambientazioni e di personaggi con ripresa nostalgica dei vecchi e presentazione entusiastica dei nuovi. Se però, come nelle precedenti trilogie, il secondo episodio sfrutterà personaggi ormai ben conosciuti per realizzare un'intreccio meno lineare, forse ne sarà valsa la pena.

– La musica mi sembra insoddisfacente. Williams ripesca a piene mani dai film precedenti e risuscita ancora una volta I pianeti di Holst. Mi sembra che ci sia solo qualche piccola buona idea (tipo il tema di Rey) e in ogni caso la musica è pensata come sottofondo e non si fa notare e apprezzare come nelle altre trilogie.

domenica 20 dicembre 2015

Fenomenologia della sconsideratezza

Carlo Olgiati, autore de Il metabolismo storico ; Roger Babson, fondatore di un istituto che si occupa di antigravità; Hans Hörbiger, padre della Dottrina del Ghiaccio Cosmico e ispiratore del relativo culto; Absalon Amet, orologiaio francese costruttore del Filosofo Meccanico Universale.
Questi personaggi non hanno molto in comune, nemmeno l'esistenza storica – due sono realmente esistiti, due no – tuttavia le loro brevi biografie intellettuali costituiscono, assieme a quelle di un'altra trentina di individui, il geniale volume La sinagoga degli iconoclasti, pubblicato da Adelphi nel 1972 e recentemente ristampato.



In un'epoca che sembra remotissima, nella quale – forse a ragion veduta – l'unico modo per verificare l'attendibilità di un'informazione è consultare enciclopedie cartacee, rivolgersi a un esperto o scartabellare archivi più o meno polverosi, Juan Rodolfo Wilcock provoca disorientamento con una raccolta di stralci biografici, altrettanti exempla di uomini in genere sconosciuti e dimenticati, ma comunque non più che mediocremente illustri. Sfida il buon senso del lettore a confrontarsi con la mancanza di buon senso dei suoi simili, spigolando notizie di microscopisti che essiccano esseri umani ancor vivi nella convinzione di poterli poi reidratare, di postulatori dell'identità spirituale fra luce e suono, di titolari di brevetto della prova meccanica dell'esistenza di Dio. E nessuna di queste storie, ovviamente, è del tutto credibile. Ma nessuna è del tutto assurda: la capacità della mente umana di perdersi nelle proprie fissazioni, illusioni e idiosincrasie è infatti enorme, specie – suggerisce Wilcock – in coloro che vi pervengono a partire da studi seri e riconosciuti.
E se alcuni degli scienziati rientrano a pieno titolo nello stereotipo della pazzia, gli umanisti sono perlomeno border line e altrettanto pericolosi.
Di questa fenomenologia della sconsideratezza, Wilcock è divertito recensore più che censore. Il suo sguardo ironico e bonariamente paternalistico, sembra passare in rassegna con sussiegoso contegno, da «Avanti il prossimo», gli improbabili personaggi che scova, inventa o reinventa. Ma a guardar meglio si capisce quanto fascino possono esercitare coloro che hanno una forte, individuata motivazione, per quanto dissennata, su chi, come l'autore, è portato all'onnivorismo intellettuale, alla divagazione e alla dispersione. D'altronde vi è anche una base comune: tanto Wilcock quanto i suoi personaggi fanno parte di quel consesso di individui (sinagoga) che distruggono le comuni immagini (iconoclasti) della realtà.
E in questo binomio di critica e di laissez-faire sta il piacere della narrativa di Wilcock, che dissacra facendo spallucce e polemizza con distacco – se non con approvazione. A livello stilistico, Wilcock gioca con l'aforisma, il citazionismo, l'accumulo di sostantivi, lo straniamento, e con tutte le sfumature della pertinenza del discorso. Come l'Italo Calvino negli stessi anni, fa il verso postmoderno – irriverente lode – all'enciclopedismo illuminista. Favolosi sono alcuni degli incipit, così come alcuni brani in cui la capacità di invenzione è eccezionale. Non posso che riportarli per farli apprezzare appieno.

“Absalon Amet, orologiaio alla Rochelle, può dirsi in un certo senso il precursore occulto di una parte non trascurabile di ciò che poi si sarebbe chiamato la filosofia moderna – forse di tutta la filosofia moderna – e più precisamente di quel vasto settore di indagine a scopo voluttuario o decorativo consistente nel casuale accostamento di vocaboli che nell'uso corrente raramente vanno accostati, con susseguente deduzione di senso o dei sensi che eventualmente si possano ricavare dall'insieme; per esempio: «La Storia è il moto del nulla verso il tempo», oppure «del tempo verso il nulla»; «Il flauto è dialettico», e combinazioni simili. Uomo del Settecento, uomo di ingegno, Amet non pretese mai né la satira né la conoscenza; uomo di meccanismi, altro non volle mostrare che un meccanismo. Nel quale si celava minaccioso – ma lui non lo sapeva – un brulicante avvenire di turpi professori di semiotica, di brillanti poeti di avanguardia”.

"L'inversione del tempo porta quasi fatalmente a una specie di determinismo: se il sogno di ciò che chiamiamo passato è un sogno veritiero, molto di quello che accadrà è saputo: usciranno dalle ventitré ferite di un cadavere nel foro di Pompeo le spade di noti congiurati, e parlando latino alla rovescia converseranno il morto e Cicerone. Altri fatti accadranno ancora più determinati: poiché ora esistono le tragedie di Shakespeare, un giorno a Londra un uomo sempre più ignoto dovrà abolirle una per una, dalla fine all'inizio, con la penna; dopo di che il teatro sarà un'arte diversa, molto più povera. /[...] Il destino ultimo dell'uomo è la perfezione primigenia, il balbettio ebete e aurorale della creazione".

“Gli utopisti non badano ai mezzi; pur di rendere felice l'uomo sono pronti a ucciderlo, torturarlo, incinerarlo, esiliarlo, sterilizzarlo, squartarlo, lobotomizzarlo, elettrizzarlo, mandarlo in guerra, bombardarlo, eccetera: dipende dal piano. Conforta pensare che anche senza piano gli uomini sono e saranno sempre pronti a uccidere, torturare, incinerare, esiliare, sterilizzare, squartare, bombardare, eccettera”

giovedì 3 dicembre 2015

Cinquanta sfumature di nephilim

Immaginate un romanzo che descriva un impero così vasto e potente da espandersi attraverso le dimensioni del tempo e del possibile. Un Impero Connettivo, coi suoi postumani e il suo autocrate alieno, Totka_II, il cui Stato – entità politica e mistica all'apparenza inarrestabile e in grado di trascendere le leggi della fisica così come le conosciamo – si scontra nientemeno che con la raffinata civiltà bizantina, con l'Impero Romano d'Oriente in uno dei momenti di suo massimo slancio e splendore: il tempo dell'imperatore Giustiniano I, della consorte Teodora e del generale Belisario.


 Da questi "semplici" esseri umani l'Impero Connettivo rischia di venir travolto. Perché se il grido di battaglia dell'esercito dei postumani è «Siamo connessi!», Belisario e le sue armate sono persino più connessi: combattono infatti per un progetto politico visionario e condiviso che per poco non riesce ad imporre la sua assurda necessità storica a un essere semidivino che non contempla necessità alcuna, ma solo probabilità. Ma l'Imperatore Totka_II, appartenente all'antica razza dei nephilim, ha il potere di richiamare a sé i demoni sumeri suoi antenati, di proiettare la sua volontà sull'esistente e di modificarlo, annullarlo, ricrearlo...

Immaginate che l'autore di questo romanzo voglia affrontare una molteplicita di tematiche importanti e attuali, fantascientifiche e non. Tra queste vi sono il potere spirituale e temporale, la violenza e la sopraffazione, realtà culturali presentate come un meme appositamente innestato nell'umanità dai suoi antichi dèi e padroni. Immaginate che a questa forma di potere-possesso, maschile e patriarcale, corrisponda simbolicamente un potere sessuale che si manifesta come possesso fisico e mistico della controparte femminile. Anche se, o meglio tanto più se il soggetto di questo potere è l'essere semidivino di cui sopra che, come i reggitori dei pantheon degli antichi greci e romani, è preda di un desiderio bruciante per una mortale.

Immaginate di perdonare (a meno che non le apprezziate) le fissazioni alieniste alla Zecharia Sitchin presenti nell'opera, perché sono equilibrate da riferimenti diretti a studiosi seri, e perché lo scrittore riesce quasi sempre a farle passare per un'interessante speculazione antropologica.
Immaginate infine che questo romanzo ambizioso, studiato, potenzialmente valido a livello di contenuti, sia del tutto inadeguato dal punto di vista della forma. Che tutto ciò che c'è di buono sia sepolto sotto una montagna di parole ostentatamente difficili, pretenziose, superflue, ridondanti, qualche volta persino goffe o scorrette. Involontariamente ridicole.

Immaginate tutto questo e vi sentirete come me durante e dopo la lettura de L'impero restaurato di Sandro Battisti, vincitore (a parimerito con Bloodbuster di Francesco Verso), del Premio Urania 2014, volume 1624, nelle edicole fino a qualche giorno fa.
Dall'incipit all'explicit, il romanzo è scritto con uno stile francamente deludente. Sembra ci siano solo le grandi idee della trama e manchino quelle piccole idee che rendono la narrazione gustosa e vivace: quelle metafore, quelle figure di vario tipo, quelle descrizioni o approfondimenti psicologici ben scritti che gli autori probabilmente concepiscono mentre fanno tutt'altro e di cui prendono nota con carta e penna, o virtualmente.
La densità di espressioni infelici o scorrette è disarmante. Solo nella prima pagina si legge di nuvole che "si attaccano allo sguardo come colla" e del rito d'un aruspice in cui il silenzio è "colonna sonora del momento". Senza che vi sia una focalizzazione che possa giustificare questo tipo di scelte. Non mancano poi, nel corso del romanzo, modi ed espressioni provenienti dall'insopportabile gergo dei professionisti: quell'antilingua dei meeting o dei panel aziendali: tipo 'piuttosto che' usato come disgiuntivo o, ancora, 'approcciabile'. Mancano solo 'impattare' e 'stressare' in luogo di 'sottolineare' e siamo pronti per il consiglio d'amministrazione.

Al secondo posto tra le cose che fanno inorridire il lettore (o almeno fanno inorridire me) ci sono quelle creazioni e relazioni sintagmatiche di natura tecnico-scientifico-semiologico-filosofico-mistico-informazionale di cui ho dato il presente modesto esempio e che – ammetto la mia ignoranza – non so se attribuire alla poetica connettivista o al solo Battisti. A cui comunque lascio la parola. «Continuum siderali»; «significanze cosmiche»; «intensità onomatopeiche»; «rumore di fondo del collasso quantico»; «simulazione craniale proveniente dalla sua mente surdimensionata»; «melma dimensionale da cui non riusciva a divincolarsi. / — Can you hear me, major Tom?».
Ora, è vero che un'espressione estrapolata dal contesto può sembrare a priori infelice e illeggibile. Ma il contesto, in questi casi, somiglia tanto, troppo al testo, e le cose di cui sopra suonano assolutamente arbitrarie e un po' cialtrone, come la canzone di Uforobot: "mangia libri di cibernetica / insalate di matematica / a giocar su Marte va".
Riconosco che il gergo specialistico, anche inventato, può legittimamente far parte del cyberpunk e del cybergoth in cui l'autore si colloca. Ma Battisti esagera davvero con la proposta straniante di sostantivi e sintagmi astratti, privi un referente che il lettore possa cogliere. Il risultato sono espressioni che risultano fatte di caratteri e di suono, non di significato.

Ma al primo posto quanto a imbarazzo per il lettore stanno gli amoreggiamenti al contempo carnali e platonici dell'imperatore Totka_II, il cui "surdimensionamento" non si limita alle facoltà mentali.

«Le immagini di Teodora facevano ancora capolino nella sua mente e la vestaglia connettiva che indossava, ricca di prese per la connessione informativa, scivolò sul suo bellissimo corpo da adone greco scoprendo il suo sesso generosamente grande. Il pensiero dell'imperatrice, del suo sfiorarla durante i viaggi dimensionali che lui intraprendeva e quel suo prenderla vigorosamente da dominante, tanto da stordirla e lasciarla sotto shock, gli gonfiava vieppiù la carne muliebre [sic!]».

A questo e ad altri brani simili mi riferisco quando, poco sopra, parlo di immagini
involontariamente ridicole. Perché se fossero volontariamente ridicole, il romanzo non dovrebbe prendersi così sul serio. E invece mi viene in mente la famosa battuta, l'unica, credo, che quasi tutti hanno letto, del Mr. Grey di Cinquanta sfumature di grigio.

Non voglio essere categorico: magari sono io a non essere all'altezza del genio dell'Impero restaurato. In tal caso, vi prego, fatemelo notare, spiegatemi, e mi ritirerò con disonore nelle mie più classiche, sottodimensionate letture.

domenica 15 novembre 2015

Menu del giorno

Se avesse avuto qualcosa di simile agli occhi, Frehietyx avrebbe rivolto a Grlotodmav uno sguardo perplesso. E se avesse potuto esprimersi a parole, avrebbe detto: «Grlò, sei sicuro? Dopo i fatti di Parigi, un'altra strage così. Non rischiamo di esagerare?».
L'amministratore delegato arricciò il naso, impettito. Non fece neanche un cenno d'assenso. Premette un tasto con stizza, facendo sparire dallo schermo l'Europa occidentale. Ora il display mostrava l'Africa subsahariana. Guardò con aria beffarda il capo del personale e il responsabile del marketing.
«No, beh, forse qui il ricavato sarebbe un po' misero...» suggerì Bityumannesharak.
«Ma dai, davvero?» scandì Grlotodmav, sfoggiando un sorriso paternalistico e commiserevole.
«Che ne dici del Medio Oriente?» propose Freheityx. La mappa del mondo scivolò su una vasta regione desertica, fino ad arrivare sulla cupola dorata d'una moschea azzurrina.
«Gerusalemme?»
«Macché, torna qui di default da millenni e non riesco a modificarlo. Tu hai qualche idea?»
«Libano? La gente sa dov'è, ma è un po' che non se ne sente parlare»
«Bit? Che dici del Libano?»
«In genere è di terza classe, insomma profilo medio-basso. Non frega a molti. Mettendo da parte i familiari e i testimoni, e in secondo luogo i Libanesi, ovviamente. Però dopo Parigi, sui social dovrebbe fare un po' presa. Indignazione di certo: per un consumatore meno esigente. Ma anche frustrazione, senso di colpa.»
«Senso di colpa per cosa?»
«Ma per non riuscire a commuoversi quanto Parigi!»
«Bella questa. Mica roba da discount! Dove esattamente?»
«Un quartiere normale. Boh.»
«Un mercato»
«Sì, eccellente. Quel senso di quotidianità violata, il sangue sui rotoli di stoffa, i cadaveri riversi sulle ceste di frutta secca...». Grlotodmav aveva deciso che la riunione era finita. Raccolse le sue cose e avviò lo spegnimento dell'elaboratore.
«Isis?» chiese il capo del personale.
«Chi altro?» disse l'AD, facendo già per uscire.
«Guarda che prima o poi quelli ce li piallano»
Grlotodmav fece spallucce. «Sicuro. E noi battiamo il ferro finché è caldo. Ora non rompetemi i coglioni, ho un appuntamento!»
«La porti da Chez Trihobkatlò?»
«Certo! - concluse, infilando il soprabito - Cucina francese!»
«Bravo, bravo. Mi occupo io di informare gli Instillatori. Grazie di avermelo chiesto eh!»

***

«E per finire, crema di terrore purissimo, di giornata ovviamente, su un croccante di cinismo e di odio razziale. Il tutto accompagnato da un Senso di sconfitta, Paris, giugno 1940.»
Grihivinsixia annuì, cortese, al cameriere in livrea, poi sorrise al suo accompagnatore ostentando ammirazione. Grlotodmav era già insofferente. Perché le portava in questi ristoranti carissimi, se poi non capivano un cazzo?

lunedì 9 novembre 2015

I ❤ spiegoni (di alcuni film del S+F che bisogna assolutamente vedere)

"Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni" - potrei puntualizzare citando Umberto Eco. Ma preferisco di no. Perché è naturale, per chi tenti di illustrare la varietà e la qualità delle proposte del Trieste Scienceplusfiction Festival, dichiararsi sconfitto in partenza. D'altra parte, dopo aver stabilito ciò, non riuscirei comunque a trattenermi dal fare un elenco tendente all'esaustivo, sciorinando film e cortometraggi dei generi più disparati, i relativi numerosi premi (Méliès d'or, Méliès d'argent, premio Asteroide...) le mostre (Franco Brambilla mondonoviano, retrogaming...), gli incontri di futurologia (con scienziati, scrittori, disegnatori...), le feste notturne, le attività per bambini, le file spontaneamente bustrofediche e così ordinate da porre simbolico suggello al respiro internazionale della kermesse

 Il manifesto di quest'anno, di Mario Alberti


Dopo un'esperienza di partecipazione pluriennale (in qualche caso anche nello staff), ho capito di amare follemente i cortometraggi, forse perché, come i racconti brevi in letteratura, colgono uno degli aspetti della fantascienza e in generale del fantastico che preferisco: quello di avere "l'idea" come eroe, come protagonista. Ma certamente anche perché io sono uno spettatore capriccioso che si stufa facilmente e vuole sempre vedere contenuti e stili nuovi in un susseguirsi a perdifiato. O forse perché dinanzi a certe pellicole di centodieci minuti vorrei prendere il regista o il produttore per il bavero e gridargli, coi lucciconi agli occhi, "potevi fare un corto perfetto! perché, perché hai voluto fare un film inutile?!".

Di quasi una trentina di corti che ho potuto vedere, almeno una decina erano veramente memorabili. E oltre a The Kármán Line (vincitore del Méliès d'argent nonché premio del pubblico, poeticissimamente allegorico), segnalo The Shaman (un science-fantasy che unisce tecnologie belliche futuristiche e trance sciamanica musicalmente indotta), The Nostalgist (che mi ha fatto pensare a uno scrittore Premio Urania che apprezzo molto e che agghinda con abiti secenteschi un futuro altrimenti indecente e intollerabile) e Ghost Train (in stile Bradbury non fantascientifico, con bambini inquietanti e inquietati in contesto "scary luna park").

 The Karman Line, cortometraggio premiato dal pubblico



La passione per i corti forse mi ha distolto un po' dai lungometraggi, ma non tanto da impedirmi di vederne una dozzina. E a mio avviso (ma ho scoperto di non essere il solo a pensarla così) le sorprese di quest'anno sono documentaristiche. Per vero, ma soprattutto per finta.

Come documentario "vero" (acconsentiamo per un momento che una qualsiasi narrazione possa esser tale) ho apprezzato Dark Star - L'universo di HR Giger. Vista la levatura del protagonista e la natura delle di lui opere, non credo che la regista abbia dovuto giocare le sue carte migliori per rendere questo documentario affascinante e disturbante. Il disegnatore svizzero, famoso per gli effetti speciali di Alien e scomparso poco prima di veder concluso il documentario, vive in una casa circondata da una vegetazione tipo Bosco Atro; in giardino ha un trenino che si trascina su rotaie arrugginite arrancando attraverso un percorso che simboleggia la vita intrauterina e il trauma della nascita. In casa non ci sono pareti o mobili privi dei suoi disegni in scale di grigio, opere che evocano paure profonde, relative alla morte, al sesso, alla natura del male. Giger stesso - devo dirlo a costo di essere politicamente scorretto - è inquietante; e il fatto che serva ai suoi ospiti il tè coi pasticcini non dissolve questa impressione, anzi.

 
H.R. Giger nella sua sobria sala da pranzo



Le altre due pellicole, No Man Beyond This Point e What We Do in the Shadows sono mockumentary, falsi documentari.

Il primo è, a mio avviso, un perfetto esempio di fantascienza sociologica intelligentemente unita a un'ambientazione ucronica e, appunto, alla forma documentaristica. La narrazione procede su due binari: quello storico illustra, attraverso testimonianze e interventi di studiose, gli eventi e le circostanze che a partire dal 1953 hanno portato il mondo attuale ad essere abitato quasi soltanto da donne. A questa esposizione si alterna una sorta di "mockudrama", che racconta la vita e le vicende personali del trentasettenne Andrew Mayers, l'uomo più giovane del pianeta, collaboratore domestico della famiglia di Iris e Terra. Leggero e dinamico, pieno di trovate divertenti e credibili, il film sfrutta appieno le potenzialità documentaristiche, illustrando la ricchezza di dettagli dell'ipotesi controfattuale e del suo svolgimento, ma evitando allo stesso tempo l'intollerabile arbitrarietà degli "spiegoni" tipici delle narrazioni (letterarie o cinematografiche) che hanno tante buone idee e poche occasioni credibili di farne un resoconto. Qui lo spiegone fa parte del gioco, è ricercato, e quanto più è dettagliato, complesso, tanto più risulta apprezzabile. Chi ha presentato il film in sala si domandava se fosse un'utopia femminista o una distopia maschilista. Nessuna delle due: è una distopia tout court. Ma la struttura dell'opera punta a mostrare come questa situazione sia data dall'azione combinata di un ribaltamento sull'asse del genere accentuato da un'estrapolazione iperbolica. Un caso di straniamento tipico della fantascienza, che consente di guardare dal di fuori il proprio mondo empirico proprio grazie al suo doppio deformato. Di rendersi conto degli elementi distopici della società attuale, in cui le donne sono ancora emarginate lavorativamente e poco rappresentate nei luoghi in cui si prendono le decisioni. Ovviamente la "morale della favola" era chiara sin dall'inizio, ma la qualità tecnica, i risvolti della trama, la capacità di evitare il tono didascalico hanno reso perfettamente godibile quella che rischiava di essere una "favola con la morale". Da appassionato di fantascienza innanzitutto letteraria non posso che concludere citando lo stupendo racconto di Catherine L. Moore, Greter than Gods, del 1939, al centro del quale c'è un point of divergence che ha da un lato un mondo tutto al femminile (alle cui caratteristiche avrebbe potuto tendere anche quello del documentario), dall'altro un mondo tutto al maschile.




Il secondo falso documentario, lungometraggio più votato dal pubblico del S+F e vincitore del premio per la miglior sceneggiatura al Torino Film Festival, è più simile a una sitcom. Vi si descrivono le vicende e la difficile convivenza di Viago, Vladislav, Deacon e Petyr, vampiri provenienti da epoche disparate e tra loro diversissimi che abitano sotto lo stesso tetto in una villa di Wellington in Nuova Zelanda. Il dandy Viago è sinceramente innamorato di una donna novantenne, non vuole bere da bicchieri sporchi, tratta bene le sue vittime e mette gli asciugamani sul divano prima di assaltarle, per non sporcare. Deacon, poco di buono, collerico, non vuole lavare i piatti e cerca sempre la rissa coi licantropi. Vladislav, signore feudale in stile transilvano, un tempo maestro di torture, ipnosi e metamorfosi, ha perso gran parte dei suoi poteri a causa di un temibile avversario soprannominato La Bestia. Poco si sa, infine, di Petyr, plurimillenario di parvenze nosferatesche, se non che vive ancora in una bara di pietra e che la sua inquietante silhouette appariva già nell'arte egizia.
What We Do in the Shadows è un film eccellente, geniale, in cui si ride molto, ma di un riso che poi si scopre essere ghigno. Perché le situazioni sono - usiamo questo termine quando è corretto - kafkiane, ovvero assurde e grottesche ma presentate con la massima naturalità e neutralità. E anche qui la forma documentaristica aiuta molto: sapere che dietro alla telecamera c'è qualcuno disposto a sospendere l'incredulità, il giudizio e la paura consente allo spettatore di fare lo stesso, entrando nell'orrenda, sanguinaria ma allo stesso tempo banale, monotona quotidianità delle creature della notte.

I primi sei minuti del mockumentarty vampiresco