domenica 12 febbraio 2017

Eptapode A2. Riflessioni sconnesse a margine e al centro di Arrival

Chi pensa di fare una recensione obiettiva, asettica, di un film, o è un vero professionista – e in questo caso la sua obiettività sarà tale all’interno di in un paradigma condiviso – oppure coltiva una pia illusione: che sia possibile scrivere d’altro senza scrivere di se stessi. Stavolta non proverò neanche a parlare solo del film e inizierò da me.



Lavoro in una onlus che si occupa di accoglienza dei richiedenti asilo; conosco un sacco di ragazzi pakistani afgani, iracheni, bengalesi e di altre nazionalità. Mi occupo tra l’altro di istruzione e formazione: tengo i contatti con i docenti della scuola pubblica e di altre istituzioni che forniscono loro i corsi d’italiano e professionalizzanti. Insegno io stesso la mia lingua madre, quando non sono impegnato in attività che a torto o a ragione sono da considerare più urgenti.
Sono andato a vedere Arrival con un giovane afgano che ormai considero un amico. La sua lingua madre è il dari, il nome che si dà al farsi (che poi sarebbe il persiano) in Afghanistan, nella regione settentrionale, dove abitano gli Hazara, popolo che parla questa lingua. Il mio amico non è qui da molto, ma parla un italiano sufficiente a comunicare quasi sempre in modo autonomo, tra un A2 e un B1, direi, secondo il quadro di riferimento europeo. L’ho invitato al cinema nella speranza che capisse a grandi linee il film, comprendendo una buona parte dei dialoghi.
Ad un certo punto, però, ho sperato che non capisse. È stato quando il colonnello Weber ha chiesto alla professoressa Banks di provare a tradurre la lingua degli eptapodi “perché ci ha dato una mano con il farsi”. Sono sprofondato nella poltrona a sentire tale sciocchezza, che così parafraso: “Giacché hai miracolosamente “decifrato” una lingua parlata da cento milioni di persone, per la quale ci sono corsi all’università e vocabolari reperibili in tutte altre le altre lingue, saprai gestire anche una lingua aliena, giusto?”.
Certo, anche la dott.sa Banks sembra perplessa per la superficialità del militare; certo, nel libro di Chiang il paragone (ma dice che non c’è paragone) è con le lingue delle popolazioni amazzoniche. Certo tutto va contestualizzato e interpretato. Ma, infine, come affrontare con l’afgano il fatto che, per Hollywood, e quindi per la fonte del nostro immaginario, tra lo straniero e l’alieno non c’è una differenza apprezzabile?
Chi ha studiato un po’ di fantascienza o un po’ di legge sa che “alien”, nei paesi di lingua inglese, era in origine, e spesso è ancora, un termine utilizzato per designare lo straniero percepito come ostile. Alieni erano definiti i Cinesi nelle leggi di espulsione di fine ottocento, alieni probabilmente sono o saranno i clandestini che Trump vuole cacciare e i regolari che non vuole far entrare. Ma in fondo anche la fantascienza, quel genere tanto trasformativo-evoluto-progressista, accetta di buon grado che l’alieno sia immagine e figura dell’altro da sé, in termini di cultura, provenienza, lingua, genere. Ed evidentemente lo accetto anch’io, visto che non riesco a fare a meno di pensare che il tema al centro di Arrival, il linguaggio, mi riguardi particolarmente in questo momento della mia vita; che sia anche – riprendo il titolo del racconto lungo di Ted Chiang – una delle “Storie della mia vita”.

Lingua farsi a parte, Arrival è un film stupendo. Gli attori sono adeguati (ho visto il film in italiano e non mi sbilancio), la musica accompagna il film in modo discreto e (quindi) eccellente: riascoltandola se ne può apprezzare anche consapevolmente la qualità. La fotografia è eccezionale e le navi degli Eptapodi, quasi-atterrate sul nostro pianeta, fanno la loro figura. Non c’erano nel libro, o meglio, forse c’erano ma erano in orbita. Al loro posto, c’erano centododici postazioni di comunicazione, specchi o schermi attraverso i quali gli esseri umani potevano comunicare con gli eptapodi. Ma la fascinazione hollywoodiana per il BDO, il big dumb object, non viene mai meno, ed è giusto così. Peraltro il film non ha rinunciato all’idea del looking glass, e mi piace ricordarlo a qualche giorno dalla scomparsa di Todorov, che diceva che gli strumenti ottici e le facoltà dello sguardo sono alla base di ogni narrazione fantastica.
La trasposizione non è stata letterale, ma lo spirito del racconto si è preservato ed è raro che si possa dire, come in questo caso, che un vero racconto di fantascienza sia diventato un vero film di fantascienza. “E della migliore fantascienza”, direbbero i puristi, membri della lightsaber unappreciation society.
La componente dinamica, di conflittualità non solo interiore ma esterna, che penso sia necessaria in un film, è stata introdotta egregiamente: non lo leggerete spesso da me, ma le scene col generale cinese sono una valida aggiunta al libro.

Ho detto che il tema principale è il linguaggio. Secondo me lo è, ma forse è anche perché non sono capace di fare dissertazioni sul tempo e sul teorema di Fermat: prenderò per buone quelle di chi ha scritto che è solo una categoria della nostra percezione. A me interessa, appunto, il linguaggio: in particolare l’idea che le strutture sintattiche o semantiche (di significato) di una lingua possano modificare le suddette categorie della nostra percezione. Così suggerisce l’ipotesi di Sapir-Whorf, su cui si è molto dibattuto e che secondo molti linguisti è un assioma arbitrario e non dimostrato. Secondo i due studiosi, una lingua non è solo uno strumento per comunicare dei contenuti, ma è essa stessa fatta di contenuti, inseparabili dal modo di trasmetterli. Nel delimitare le cose con una parola non indica soltanto un referente, ma lo circoscrive; nel collegare causalmente due fatti – e qui estrapolo Sapir-Whorf a vantaggio della lettura del testo di Chiang e del film – non descriverebbe una causa, ma istituirebbe il concetto di causa, ravvisando arbitrariamente una connessione naturale e temporale laddove l’unica connessione è quella sintattica. Secondo S-W gli eschimesi, che hanno tante parole per descrivere i diversi tipi di neve, avrebbero un cervello anche più predisposto a riconoscere le differenze nella neve. Allo stesso modo, la percezione dei colori sarebbe più accurata nelle persone che parlano una lingua dove i nomi dei colori sono in numero maggiore. E, per parlare del tempo, le lingue in cui il futuro è un “tempo” (ovvero principalmente una collocazione temporale di un’azione) e quelle in cui è un “modo” (ovvero un modo di rapportarsi del parlante ad un’azione) veicolerebbero diverse idee del futuro come ineluttabile o in divenire; predeterminato o modificabile dal libero arbitrio.
L’idea di base di Chiang è che la lingua scritta degli Eptapodi abbia una tale struttura da spezzare la comune percezione di causa-effetto, strettamente legata alla linea del tempo, e che ciò consenta a chi la utilizza di vedere il futuro e il passato sullo stesso piano su cui è arbitrariamente posto il presente. Il dono che gli Eptapodi vogliono fare agli esseri umani – e qui il film è più esplicito del libro – è la loro stessa lingua, la facoltà quindi di astrazione dal tempo presente, posseduta dalla dott.sa Banks una volta appreso l’Eptapode B.
Nel libro gli alieni sono – così dicono – degli osservatori. Nel film viene introdotta l’idea che essi avranno bisogno dell’aiuto degli esseri umani tra tremila anni. L’insegnamento della loro lingua scritta è un investimento: vogliono modificare l’uomo attraverso quello che W. S. Burroughs chiamava il virus del linguaggio. Vogliono renderli più attenti al futuro, più disponibili ad antivedere le conseguenze delle loro azioni; vogliono donare loro saggezza in modo che la lingua diventi strumento di empatia. Magari il loro pianeta subirà un cataclisma ed essi avranno bisogno di un posto dove stare, tra qualcuno che, almeno per qualcosa, assomigli a loro.



Tra libro e film tanti altri sono i concetti legati alla linguistica. Molti sono i rudimenti, che si possono imparare alle prime ore di un corso universitario di linguistica o filosofia del linguaggio, ma l’estrapolazione in ambito xenolinguistico è veramente apprezzabile. Mi sono tornati in mente, così come mi tornano in mente spesso quando insegno ai miei ragazzi, gli aneddoti e le idee che mi hanno comunicato due ottimi docenti dei corsi citati sopra. Conoscevo già l’aneddoto, vero o falso, dei canguri, citato sia nel film che nel libro. Ma ancora più gustoso è quello del monte “Somia”: un poco accorto etnolinguista attribuì tale nome a un rilievo, dopo che il montanaro a cui l’aveva chiesto gli aveva risposto, in dialetto, “non lo so mica”. E che dire del coniglio, che lo studioso alle prese con una lingua mai studiata da nessuno vede passare e indica all’indigeno? Appresa la parola ad esso relativa, potranno essere d’accordo d’ora in poi, a pronunciarla quando vedono un coniglio passare. Ma l’etnolinguista non saprà mai se l’indigeno vede l’essere come un “coniglio” o come uno “stato ininterrotto di coniglità”.

Ritorno all’attuale Storia della mia vita. Vedo tante persone che stanno imparando l’italiano. Osservo come il loro linguaggio non verbale (il volume della voce, la prossemica, la gestualità) cambi secondo che parlino la loro lingua madre, l’inglese o l’italiano. Sono terrorizzato dalla responsabilità quando vedo che coloro per i quali sono stato uno degli “informatori” (così si dice in gergo tecnico) italiani più rilevanti, hanno preso qualche tratto del mio idioletto e della mia mimica. Spero che il mio virus non sia dannoso.

Da parte mia, cerco di imparare qualche parola di Dari, di Pashto, di Urdu, con la certezza – dite pure “con l’illusione un po’ romantica” – che anziché andare a riempire una scatola cranica di nozioni, la sgombri da quel po’ di pregiudizio che ancora vi risiede.



Purtroppo non conosco l’eptapode: la presenza dell’amico afgano in Italia non so come andrà a finire. La burocrazia è lenta e non si può sapere se le persone incaricate di prendere una decisione saranno umane.

Però già so che in qualunque modo le cose andranno a finire, il gioco sarà stato non a somma zero.

venerdì 6 gennaio 2017

Memento extingui. "Dinosauria" e la letteratura dell'antropocene.

Ciò che tutti, ma proprio tutti, sanno dei dinosauri, è che essi si sono estinti a seguito di un evento catastrofico.
Il fascino che tali esseri esercitano su molti bambini e su non pochi adulti dipende anche da questa peculiare circostanza: la loro storia sul nostro pianeta può dirsi conclusa, temporalmente delimitata, in un modo che, con qualche approssimazione, possiamo dire netto.
E poco importa se le estinzioni di massa sono state diverse e differenti; se il nostro pianeta, oltre che dai più noti dinosauri, e stato percorso da molte altre specie che sono scomparse o si sono evolute. Perché l'improvvisa, spettacolare cesura biologica provocata dal meteorite cretacico ci affascina e ci somiglia, solletica la nostra predilizione per le scelte radicali, quelle con le quali ambiamo a lasciarci ogni cosa alle spalle, ad abbracciare il nostro passato dall'esterno, come altro da noi.
I dinosauri sono dunque una materia dominabile e circoscritta, qualcosa che, con curiosità, pazienza ed esercizio mnemonico possiamo padroneggiare. Il paleontologo, che non può osservarne il comportamento o ascoltarne la voce; che in rare occasioni può vederne i tessuti come apparivano in vita, è percepito più che altro come un tassonomista. Il suo compito è storico: tutte le discipline che deve frequentare per svolgere al meglio i suoi studi vengono infine ricondotte a un esigenza di ordine sistematico, la stessa che distingue un archivio storico da una libreria o biblioteca contemporanea: non vi è differenza tra novità e recupero.
Per questo non mi stupisco se la copertina di Dinosauria, raccolta di racconti edita da Pendragon per la curatela di Lorenzo Crescentini, ha sullo sfondo quella che potrebbe essere la trama di una roccia sedimentaria così come la superficie consumata di una pergamena.



Il volume, nella copertina, nelle illustrazioni di Marzio Mareggia che sanno di antico, ma anche nel titolo arcaizzante, si propone esso stesso come un reperto, una raccolta di testimonianze provenienti dal passato o, meglio, dal presente ad uso del futuro. Perché i racconti ivi contenuti - lo sottolinea il curatore nell'introduzione - parlano sì di dinosauri, ma parlano anche di noi. E se Crescentini raccoglie i sei testi sotto il minimo comune denominatore (un po' sentimentalistico) della "famiglia", io propendo per un'altra lettura complessiva, quella che accomuna la sorte di dinosauri e homo sapiens: entrambi, in quanto specie, hanno una storia evolutiva con un inizio e una fine. Entrambi, i primi per distruttiva casualità i secondi per sconsideratezza e inadeguatezza all'esistenza, sono destinati e votati all'estinzione.



*** Da qui in poi mi sento in dovere di segnalare un monumentale SPOILER ALERT ***



Il racconto che più letteralmente segue questa interpretazione è posto (con deroga all'ordine alfabetico) al centro della raccolta. Si tratta di Tempo d'estinzione, narrazione di Yuri Abietti che segue uno schema classico della letteratura fantascientifica, quello per il quale chi torna indietro nel tempo si trova a provocare l'evento che voleva semplicemente studiare o impedire. Un giornalista viene invitato a redarre un articolo informativo-apologetico su un centro di ricerca, fondato nel Cretaceo per studiare l'estinzione dei dinosauri. L'obiettivo è convincere l'opinione pubblica della bontà e della sicurezza dell'impresa, perché un'associazione contraria ai viaggi nel passato in quanto pericolo per la continuità temporale, sta facendo troppa pubblicità a sfavore. L'associazione approfitta del wormhole aperto per il giornalista per compiere un attentato, che chiuderà il cerchio secondo lo schema a cui si è accennato sopra. Sin dalle prime pagine del racconto il lettore che non sia completamente a digiuno di fantascienza può intuire come andrà a finire, ma ci sarà comunque un effetto sorpresa, un po' gratuito ma interessante, che chiuderà il cerchio più di quanto il lettore possa attendersi. Il più consono a quello che secondo me è lo spirito della raccolta, forse non è il racconto migliore. A rovinarlo un po' è la scarsa credibilità del personaggio principale, il giornalista, che ha la funzione narrativa di giustificare l'infodump. Cialtrone e incompetente a tal punto da non sapersi spiegare come è giunto lì e da aver bisogno di dettagli sui dinosauri che anche i bambini che leggono i libri illustrati potrebbero sapere, non si capisce come il giornalista sia stato scelto per una responsabilità del genere, e il fatto che anche gli altri personaggi lo rilevino è una consolazione solo parziale.

Anche il racconto che chiude la raccolta SETI, di Andrea Viscusi, abbozza un parallelo tra l'estinzione dei dinosauri e quella dell'uomo. La seconda, nel racconto, non avviene, ma uno dei personaggi che nel corso del narrazione si pone oggettivamente dalla parte del torto, la esclude categoricamente, cosa che suona come "le ultime parole famose". La vicenda rimbalza tra un passato di sessantasei milioni di anni fa (in cui una razza aviaria di sauri si sta distruggendo in una guerra mondiale) e il tempo presente o un immediato futuro, in cui un paleontologo, uno pseudoscienziato e l'ex direttrice del programma SETI, ribattezzato "Search for ExtinctTerrestrial Intelligence", discutono sulla possibilità che una specie autoctona terrestre possa, prima dell'uomo, aver costituito una civiltà evoluta, poi scomparsa. Così risponde la donna, nel timore di vanificare il lavoro di una vita: “«Ma non può essere!» tagliò corto lei. «Non può esserci stato qualcosa del genere, in un passato così remoto. L’intelligenza non può scomparire, una volta che si manifesta. Una civilizzazione avrebbe trovato il modo di sopravvivere, come stiamo facendo noi»”. E forse sarà proprio per questa reazione che l'umanità dell'antropocene non sopravviverà a se stessa, per l'incapacità di porre fine al "paradigma antropocentrico".
Viscusi è ottimo narratore, capace di indirizzare la suspance verso la curiosità e non verso il colpo di scena, che sembra evitare accuratamente. La sua fantascienza è del tipo che preferisco, con citazioni della cultura fanta-pop tipo gli OOPArt e gli Annunaki, inseriti come se niente fosse in un racconto per il resto serio.

All'antropocentrismo e alla necessità di attuarlo fino in fondo pare credere Stefano Paparozzi, o almeno quello che sembra il suo alter ego narrativo: Giorgio, genetista o bioingegnere protagonista di Pranzo di Natale. Paparozzi riesce ad imbandire un buon racconto rivoluzionando e attualizzando lo schema non nuovo dei "pranzi di Natale" che mostrano l'evoluzione dei rapporti famigliari o il susseguirsi delle generazioni attraverso il focus sul desco prandiale del 25 dicembre. Lo rivoluziona coraggiosamente e con successo perché riesce a descrivere una situazione dove predominano il dialogo e lo scontro verbale senza inserire neanche una battuta di discorso diretto. Lo attualizza perché i due fratelli protagonisti, Giorgio e sua sorella Martina, animalista-ecologista-biodinamicista, non litigano per questioni di politica-partitica, o di vecchi rancori personali, o per motivi economici, ma per la visione della scienza e della tecnologia. Al centro dell'ultimo pranzo di Natale descritto da Paparozzi, vi è la presentazione da parte di Martina di un pollo arrosto, che forse - lo anticipa anche il nome di Medea che appare come un fulmine a ciel sereno - non è altro che una delle creature ibride uccello-dinosauro, create dal gruppo di ricerca di Giorgio, creature sottratte dai laboratori da un'associazione animalista.
Il difetto del racconto di Paparozzi è che diventa troppo didascalico. Dopo il primo dettagliato resoconto delle opinioni di Giorgio e di Martina, che funge da ottima caratterizzazione dei personaggi, il tono si fa didattico e rispecchia più la retorica di un attivista che la prosa misurata di un narratore.

Di ibridazione e ingegneria genetica scrive anche Davide Camparsi nel suo Sauropatia. La storia racconta di un gruppo di ventenni affetti da sauropatia congenita, che presentano ciascuno dei tratti mutati in direzione di uno dei più famosi dinosauri di sessantacinque milioni di anni fa. Ciascuno di loro ha un nome che, per volontà del direttore del GenART, azienda dalla quale sono sorti, riprende quello della specie d’ibridazione. La trama verte sull'incontro, dopo molti anni, di tutti i giovani sauropatici e del direttore della GenART, che aveva promesso di curarli. La promessa non è stata mantenuta, ma a costituire una nuova promessa per il futuro sarà il figlio di due dei giovani protagonisti, quasi per nulla affetto dalla mutazione dei genitori. Tra i vari racconti della collettanea, Sauropatia è il più equilibrato sulla linea che va dall'estrapolazione fantascientifica (ha idee che mi sembrano buone e, con la giusta sospensione dell'incredulità, appunto, credibili) all'interesse per la caratterizzazione psicologica e umana dei personaggi. A tratti la narrazione è toccante, come quando il giovane Steve incontra la vecchia femmina di dinosauro con cui lui e i suoi amici giocavano da bambini. Camparsi non si risparmia il vezzo - e ciò è apprezzato - di utilizzare in modo consueto alcune immagini o parole di ambito dinosauresco, come quando scrive di "come le cose spesso cambiassero all’improvviso, estinguendo in un lampo tutte le certezze precedenti" e poi "Pensava ad altro. Al passato che tornava sempre".

Negli ultimi due racconti, quello d'apertura - Strappo, di Roberto Bommarito - e Elias Goodwin, l'ultimo cacciatore di dinosauri, di Davide Schito, la componeente intimista ed esistenziale dell'idea di dinosauro ha la meglio su quella fantascientifica ed estrapolativa.
Attraverso una prosa molto audace che richiama un certo realismo magico, Bommarito ci porta a seguire le fantasie cretaciche di Caino, un bambino che vive una situazione familiare difficile ed è marginalizzato dai suoi compagni di scuola. La sua fuga dalla realtà è anche quella del lettore, che viene abilmente messo nella condizione di confrontare le sue illusioni e i suoi autoinganni con quelli del protagonista, reso con una focalizzazione al contempo straniante e avvolgente.
Con Elias Goodwin, invece, assecondiamo malinconicamente le illusioni di un uomo al termine della sua vita. Veterano del Vietnam, in quella sporca guerra Elias ha perso il suo unico amico, appassionato come lui di dinosauri e ossessionato dalla presenza di uno di essi in un canyon nello Stato dello Utah. Persi anche altri membri della sua famiglia, estinta anche la moglie, Elias fa sua l’ossessione per la Bestia, sia per onorare l'amico defunto, sia per evitare l'estinzione egli stesso, assurgendo ad eroica immortalità. Un giorno si sveglia con la certezza e, apparentemente, con le prove di averla uccisa, ma senza ricordarsene. La sua vita, fino a quel momento dedicata all’impresa, perde senso. Elias si perde nei ricordi, e nel racconto si rincorrono paragrafi di memorie e di narrazione in tempo reale. Il racconto, dopo la dipartita del protagonista, si chiude secondo il topos, comune ma efficace, del "e se non fosse tutta una fantasia di un vecchio pazzo?".

Complessivamente, considero Dinosauria un buon volume, adatto non solo a chi è appassionato di antichi mondi scomparsi, ma a chi vive con passione questo difficile, pericoloso, commovente, disturbante, meschino mondo attuale.

sabato 24 dicembre 2016

Trilogia degli incompetenti

Documento 35576425a, chip di memoria oloquantistica, ritrovato sui detriti Yomarus III dalla Supreme Voyager 342. Seduta del fu Consiglio Intergalattico. Frammenti. Audio compromesso. Seguono documenti 35576425b, c, d.

«[...] di oggi sia proficua, per decidere ciò che è meglio [...]»
«[...]rappresentino un pericolo per [...]»
«[...] discrepanza tra le con... [...] ma soprattutto tra la tecnologia e la levatura [...]»
«A ciascuno degli ambasciatori vengono ora trasferite le [...] secondo il metodo prescelto da ognuno»
[Piccoli schermi olografici si aprono di fronte a una buona metà dei presenti; altri si infilano in qualche orifizio uno spinotto fuoriuscito dai banchi del senato; alcuni sollevano cosmicamente la testa per entrare in meditazione.
L'ambasciatore Ghorasz-Nhour ingurgita una poltiglia grigiastra, con grande detrimento personale e dei vicini]




Il mondo che cresce

Conoscere i nomi di tutte quelle piante, le loro flessibili o inflessibili geometrie, le loro sfumature di colori e odori gli dava un senso di pace e di sicurezza. Erano nomi che nessun altro sapeva: lui stesso li aveva stabiliti, adeguandoli per quanto possibile alla variegata vita vegetale che prosperava su Dawkins. Ma aveva la sensazione di averli appiccicati come post-it su una superficie troppo ruvida: presto se ne sarebbe andato, ed essi sarebbero caduti uno ad uno, senza rumore, prima ancora che il mite inverno afelico strappasse dai rami le foglie decidue.

Dawkins era un raro caso di pianeta botanico. Non c’erano animali superiori veri e propri, autonomi. Tutte le creature che si erano evolute lo avevano fatto all’ombra della vita vegetale: tutte erano ibridi o simbionti, spesso specie-specifici. C’era il Pinoides arborescens e l’Apis pinicola var. arborescens. C’era la Ledeburia megalocristata e il suo specifico verme. Il Platanus nucifera var. tarsiis e il relativo tarsio. Questo si arrampicava sugli alberi, coglieva le grosse capsule, le portava lontano e le frantumava contro una roccia, per suggerne il succo, liberandone così i semi. Enrico lo guardava ammirato e la mente ritornava a vaghi ricordi universitari: per tutti questi animali, gli alberi e le piante erano cibo, rifugio, alcova. Sapeva che si trattava sempre di coevoluzione e che era superfluo domandarsi se gli animali si fossero adattati alle piante o se queste avessero in qualche modo addestrato, addomesticato gli animali. Ma nel caso di Dawkins propendeva decisamente per questa seconda ipotesi.
Enrico, botanico lui stesso, riusciva a immaginarsi in questa vita botanica, a trovarla sensata. Il tempo che si trascorre colle piante è fatto di silenzi corrisposti, di cure amorevoli e secrete cure, di disperata vulnerabilità. Voluttà d’acqua e di sole, bellezza estatica, immobile o ghermita dal vento, modellata da milioni di primavere estati autunni inverni.
Enrico viveva perpetuamente uno strano rapimento, come quello che si prova quando ci si risveglia nel primo pomeriggio, si guarda il cielo, le case, gli alberi color pastello e si gode del sole che illumina anche il nostro volto. Prima di rendersi conto di chi si è, di cosa si debba fare e che in fondo si è soli a questo mondo.
Quale mondo? Ormai il suo mondo era questo, Dawkins. Della sua vita precedente – poteva chiamarla così? – ricordava sempre meno. La sua memoria era sbiadita, come se appartenesse a qualcun altro. Persino i ricordi più recenti erano stranianti e confusi. Aveva provato la solitudine, l’ingombrante angosciosa presenza di noi stessi aggravata dall’assenza degli altri: com’era stato possibile? Poco a poco – era qualche settimana fa o un tempo remoto? – si era avvicinato a Clarissa Genchi, la genetista della squadra: il suo compito era modificare le specie che si fossero rivelate utili – utili? – dotandole di una variabilità che consentisse loro di essere portate su altri pianeti con un minimo di accorgimenti, di quelli soliti: resistenza al caldo o al freddo, alle radiazioni, alla stasi temporale necessaria al viaggio iper-luce. Il lavoro congiunto di evoluzione casuale e di finalità umana era il binomio perfetto. La progettazione di una specie ex novo non era nelle possibilità degli esseri umani perché richiedeva una capacità di calcolo ancora ineguagliata: erano necessari un pianeta e un ecosistema; e le centinaia di migliaia, i milioni di anni, erano le unità di computazione minime per produrre da zero una forma di vita, per affinarne la morfologia e i meccanismi regolatori. L’uomo, però, era in grado di cogliere queste potenzialità, di sfruttarle appieno, di forzare la sopravvivenza anziché di conseguirla attraverso innumerevoli tentativi.

A tutto ciò Enrico non pensava quando lui e Clarissa erano stati aggrediti da un branco di tarsi insolitamente lontani dai loro platani. Le bestie, una dozzina, erano accorse verso di loro, brandendo pietre e bastoni; li avevano atterrati e con ferocia avevano colpito i loro caschi fino a che questi non si erano rotti. Poi se n’erano andati in fretta, mentre l’odore prorompente di Dawkins invadeva le narici dell’uomo e della donna. Enrico e Clarissa si erano tolti le pesanti tute e si erano presi per mano, intrecciando le dita. Insieme, a piedi nudi sul muschio, erano corsi al seguito d’un vento ebbro, fino ad arrivare a una Quercus nutrix, la più grande che avessero mai visto. Nei recessi delle sue radici, in un talamo naturale, la tiepida carne dell’albero aveva avvolto i loro corpi attorti e frementi, aveva accolto i loro pensieri, serbandoli come il più grande dei tesori.

Ricordi: erano suoi? Perché ricordava Clarissa ora come amante ora come madre? Se voleva rimanere su Dawkins, cosa lo spingeva invece ad andarsene in tutta fretta, ad accorrere all’astronave che si stava preparando a partire? Nudo, con una manciata di semi stretti nel pugno, Enrico si precipitava al portellone che aveva cominciato a chiudersi. Altri lo seguivano. E un altro Enrico, da dentro, lo guardava incredulo. Enrico di fuori poteva indovinare le ultime esperienze del suo omonimo: il ritorno angoscioso all’astronave, le visite mediche, il periodo di decontaminazione, l’inquietudine per le conseguenze delle proprie leggerezze. Capiva e non capiva quella paura, così come capiva e non capiva il senso delle sue parole.
«Ce ne sono a decine, simili a me o alla dottoressa Genchi, o a McGregor o alla Dimitrova. Vengono verso di noi, vogliono appropriarsi della nave. Tentiamo un decollo di emergenza, ma non so per quanto ancora riusciremo a respingerli».
Sì, la descrizione corrispondeva al vero. Ma cosa c’era di male? Per quale assurda ragione stavano ostacolando il mondo che cresce?


Propensioni

Un altro brusco risveglio nel cuore della notte. Gabriella stringeva le palpebre, provava a rilassarsi, a dormire. Ma non appena prendeva sonno era di nuovo lì, sul pianeta Hawking. Brutali grandinate, impietose tempeste di sabbia. “Sollevare i pannelli! Abbassare i pannelli! — l’aveva ordinato migliaia di volte — Interrare il modulo! Emersione!”. La struttura Bioxen obbediva a ogni suo comando, mentre fuori si rincorrevano cataclismi.
Di là dalla spessa parete del modulo abitativo poteva udire un’eco lontana: era la sua voce che mormorava nel sonno. Si ridestava, scopriva di essere di nuovo a casa. Una brezza leggera faceva danzare i petali dei ciliegi nel viale alberato e le finestre cozzavano l’una contro l’altra quando uno sbuffo appena più audace spirava tra i tetti dei palazzi in stile trans-contemporaneo.

Hawking. Colossale deposito di terre rare e metalli pesanti. Forme di vita: nessuna. Pozze di mercurio. Tornado grandi poco meno di un continente. Come dominato da un’intelligenza malvagia, il pianeta avrebbe scatenato tutta la sua furia contro ogni base azotata che avesse tentato di diventare qualcosa che striscia, vegeta, fluttua, si moltiplica, assecondando la naturale propensione dell’universo a soggettivarsi. “Schermo anti-radiazioni! Liquido decongelante!”.
Quant’era piccola la galassia quando Gabriella era bambina. Pochissimi, eroi o folli, intraprendevano viaggi senza ritorno verso destinazioni remote tra le stelle, ma la maggior parte dell’umanità restava coi piedi per terra, nel sistema solare. Poi, proprio quando la promettente giovane donna otteneva l’abilitazione per l’astronautica civile, la velocità iperluce aveva spianato la strada allo sfruttamento degli esopianeti e spalancato le porte di altrettanti inferni.

Tutta la sua squadra era stata inghiottita da un improvviso inabissamento del terreno impossibile da prevedere. Hawking era crudele e astuto. Lei però era stata risparmiata, per trascorrere lì, nell’ozio e nel rimpianto, parte dei suoi anni migliori e poter ritornare infine sulla Terra, dove le vetture solari scivolavano silenziose e leggiadre sopra le città-giardino, dove le vecchie signore si affaticavano pacifiche lungo i viali, senza trovare qualcosa di cui lamentarsi. Dove nei giorni di pioggia i ragazzi correvano a casa coi droni sopra la testa, benedicendo segretamente quell’opportunità di desiderare il sole.

Ma lei non riusciva più a goderne. In piedi, davanti alla finestra, spiava la notte silenziosa da dietro le tende che appena ciondolavano. Tutto era così provvisorio, così futile. Hawking le era penetrato profondamente nell’anima e vi dimorava sottoforma di inquietudine strisciante, di turbamento mal sopito. Un mostro fatto di schianti inattesi e di vorticose rocce acuminate le strappava ogni speranza e lei si ritrovava a respirare affannosamente e a guardare con risentimento e dispetto i gerani che traboccavano dai balconi del vicino. A desiderare che rinsecchissero, che divenissero polvere su polvere.

Una notte, inaspettatamente, la sorprese il ricordo di quel giorno, quell’unico giorno, poco prima di essere recuperata, in cui su Hakwing tutto era calmo. “Apertura ingresso”. Uscì dal modulo abitativo. Trattenne il fiato, perché si sentiva respirare. La sua anima si disperse in quella splendida, infinita distesa di nulla che forse valeva tutta quella tribolazione. Poi ritornò in se stessa. Non da sola.

Quella notte, a quel ricordo, si alzò solenne dal suo letto e si diresse verso la porta finestra. La maschera di imperturbata dignità che aveva indossato per molti anni aveva ormai i capelli grigi. Gabriella aprì la porta-finestra e si sistemò a piedi nudi sul balcone: la superficie era intollerabilmente tiepida.
La comandante alzò le braccia al cielo, assecondando la naturale propensione dell’universo all’essenzialità.

Nessun urlo, un singolo tonfo, anche la strada era tiepida, detestabile. Fu come uno sbattere di imposte.

Dapprima tutti pensarono solo che il vento si fosse fatto appena più audace...


Nel tempo degli dei falsi e bugiardi

Esther accese il proiettore olografico e la sua tuta divenne un rigoglio di rampicanti con fiori carnosi e un gaio svolazzare d’insetti simili ad api e farfalle attorno ad essi. Rivolse al collega uno sguardo malizioso e sbattè le ciglia. «Non dimenticarti» disse, scostandosi una ciocca di capelli rosso fuoco, «il fumo».
«Certo mammina terra», rispose Diego. «O meglio: il vapore acqueo. Stai per fare un maestoso ingresso ninfale»
«Fa lo stesso. L’ultima volta te ne sei dimenticato e mi hai fatto fare una figura di merda»
«Non è proprio così, bella: la colpa è di Tekura. Il tuo abito somigliava a quello dello scemo del villaggio»
«Presso gli Hoatiani di Cygnus IV,» disse una voce nasale da dietro un olotesto fermo da troppo tempo «lo scemo del villaggio ha un valore sacrale: è la voce della verità, il matto del re. Il problema non era nella regia, ma nell’esecuzione»
«Però, è vero che non è stato un successo, ma non abbiamo nemmeno rovinato niente. Uccisi due o tre Hoatiani, il rispetto per la dea non è venuto meno». Diego settò alcuni parametri alla consolle.
«Fare fuori due o tre indigeni è un insuccesso. Gli studi dimostrano che l’idea di un dio vendicativo porta a un’economia di sussistenza, mentre elargire ricompense è più efficace: porta a sviluppo tecnologico e culturale», disse Tekura. Si alzò in piedi e passò attraverso l’olotesto, per dirigersi al pannello di controllo di Diego. Aveva proprio voglia di pontificare.
«Ipocrita», sentenziò Esther. «Li mandiamo a spaccarsi la schiena nei fanghi e ad avvelenarsi i polmoni nelle miniere e poi se ne muore uno col laser apriti cielo!… A proposito, Diego, come mi scendi oggi?»
«Gorgo al centro del laghetto, raggio traente e a seguire sfilata sulle acque»
«Oh, ti piace, sì, quando torno su con la tutina bagnata?»
Tekura arrossì nel vedere la donna che portava entrambe le mani ai seni, e disse sprezzante: «Ti ricordo che oggi devi apparire nel tuo aspetto taumaturgico, non quale ladra notturna di seme»
«Stronzo. L’ho fatto una sola volta, per tua cattiveria»
«No, macché cattiveria, era del tutto coerente col contesto»
«Dannate società patriarcali!», esclamò Esther.
«Scioviniste!», «Fallocratiche!» la canzonarono i colleghi.
«Questo è il BDO di oggi». Heinrich arrivò in plancia, portando dal laboratorio un involto grande come un pugno. «L’archetipo è quello del Graal. Va messo sull’altare vicino a un punto di raccolta. Quando nei magazzini viene rilevato un congruo aumento delle materie prime, i naniti curativi si moltiplicano fino a riempire la coppa»
«Peccato che non curi la coglioneria, altrimenti ne potrebbe prendere Tekura»
«Guarda cara che la Cosmic fa presto a reclutare un’altra attriciucola»
«Attriciucola?» obbiettò indignata Esther. Il portellone della nave, invisibile dall’esterno, cominciò ad aprirsi. Esther, guardò eccitata: qualche decina di metri più sotto una folla festante si preparava a celebrare il solstizio. «Attriciucola! Tsk! Voi siete degli sfigati come loro. Io sono una dea!»

sabato 11 giugno 2016

Stellaris: la grande space opera non è più solo sui libri

Questa è la prima volta che, su questo blog, scrivo di un videogioco, e non credo ci saranno molte altre occasioni. Se lo faccio è perché Stellaris, strategico in tempo reale sviluppato della svedese Paradox Interactive, mi ha incuriosito sin da quando, un mese fa, ho visto questo trailer.


Stellaris, il cui nome è probabilmente un omaggio al Solaris di Lem, è un videogame Grand strategy del tipo 4X. Chi non fosse avvezzo alla terminologia videoludica si rassicuri, perché ho dovuto io per primo controllare di cosa si tratta: al genere "grand strategy" appartengono i giochi di simulazione bellica in cui bisogna badare anche agli aspetti economici e politici della propria potenza militare. Mentre 4X sta per "Explore, expand, exploit, exterminate".
Può darsi che per qualcuno io risulti più chiaro paragonando Stellaris al gioco da tavolo Eclipse, anch'esso di design nordico, in cui il giocatore è l'impersonale supervisore di un potere interstellare che deve gestire i propri pianeti, recuperare risorse, sviluppare tecnologie, confrontarsi coi propri avversari attraverso gli strumenti della diplomazia o della guerra.
Ecco, rispetto a Eclipse, che per essere un boardgame strategico-gestionale è di difficoltà medio-alta, Stellaris è molto più vario e complesso. Chi ha giocato a qualche Civilization, conosce probabilmente la soddisfazione e il contemporaneo inappagato senso di attesa risultante dal conseguimento di una vittoria tecnologica: l'umanità si libera delle catene che la tenevano relegata al terzo pianeta del sistema solare, nasce allo spazio, costruisce una nave generazionale e poi...
Niente, poi su Civilization hai vinto. Stellaris invece parte da qui, da una civiltà neanche tanto più progredita della nostra che ha appena scoperto il modo di viaggiare abbastanza agevolmente per le immense distese siderali. Come e in quanto tempo colonizzerà altri sistemi stellari e su quali pianeti si insedierà? A quali scoperte, teorie e tecnologie ambirà? Come reagirà di fronte ad altre civiltà galattiche; e come invece tratterà altre razze senzienti meno evolute che incontrerà nelle sue esplorazioni? Queste domande troveranno risposta nelle scelte del giocatore oltre che nei fondamenti etico-ideologici della propria civiltà di partenza.
Dopo aver scelto se essere degli umani, altri mammiferi, rettili o volatili più o meno antropomorfi o un qualche tipo di artropodo, mollusco o fungo, al giocatore sarà proposto il seguente schema:



Laddove agli opposti e a due diversi livelli (moderato e fondamentalista) si trovano le coppie minime guerrafondaio/pacifista, spiritualista/materialista, collettivista/individualista, xenofilo/xenofobo. E a seconda della scelta, sarà poi possibile scegliere forme di governo che vanno dalla democrazia diretta al dispotismo illuminato, dall'oligarchia scientifica alla burocrazia pacifista. Ogni razza avrà poi dei tratti fisici e psicologici che, come d'altronde l'etica e la forma di governo, daranno dei bonus o dei malus alle più diverse dinamiche del gioco. Ma ecco, ad esempio, un sovrano illuminato della Confederazione Monarchica dei Corgi.



Che siate pacifici esploratori o sterminatori senza scrupoli di ogni forma di vita che intralci il vostro progetto egemonico, su Stellaris dovrete occuparvi comunque un po' di tutto: esplorazione, gestione dei pianeti produttori di risorse, ricerca scientifica, costruzione e potenziamento della vostra flotta, fondazione di colonie, delega all'intelligenza artifciale di aspetti che diventeranno mano a mano secondari.
Se Stellaris fosse soltanto questo sarebbe già tanto, ma probabilmente non mi avrebbe stregato come ha fatto e non avrei scritto questa recensione. Il gioco invece è immersivo e coinvolgente, ha ambizioni autenticamente fantascientifiche e un anelito epico. Presenta parti narrate piuttosto lunghe per un videogioco (500-1000 caratteri) che introducono le scelte che il giocatore deve compiere. E, come gran parte della buona fantascienza, è citazionistico, direttamente o indirettamente. Le creature e le situazioni che ho incontrato mi hanno ricordato romanzi e racconti di Hoyle (La nuvola nera), di Sturgeon (Cristalli sognanti), Dick (il racconto 'I pifferai') e tanti altri. Il fatto che si debbano fare delle scelte oculate quasi impone la lettura delle parti narrative, che a loro volta non deludono.
La musica, splendidamente adatta, è non meno citazionistica: da Blade Runner (e in generale Vangelis) a Star Wars, dal Songs of Distant Earth di Mike Oldfield all'intramontabile "elettronica misto classica" tipica del cinema di fantascienza.
Insomma, Stellaris è un ottimo gioco; ed è un gioco di fantascienza in alcuni sensi che raramente riguardano l'ambito videoludico: l'epica e l'estrapolazione.
È visivamente notevole, ma su ciò che in genere si chiama "grafica" prevalgono l'illustrazione e il disegno. Ha una giocabilità piuttosto lunga (dopo una partita della durata di molte ore non avevo ancora visto tutte le meccaniche del gioco) e, specie dopo la prima patch, chiamata "Clarke", pochi bug e pochi problemi di bilanciamento.
Tra i difetti citerei la lungaggine delle fasi avanzate del gioco, le scarse alternative alla vittoria militare e la mancanza di un punteggio di fine partita.
Ciò non toglie che chi ama la fantascienza secondo me dovrebbe provare e apprezzare Stellaris, per vedere quanto di narrativa (largamente intesa) ci può essere anche in un medium come il videogioco, ma anche per fondare, far fiorire e prosperare l'impero o la confederazione galattica di cui avrebbe sempre voluto leggere. O scrivere.

venerdì 3 giugno 2016

"O ti adatti o implodi". 'Selezione naturale' di Tricia Sullivan

Una storia di sesso, shopping e virus mortali, recita la copertina - impeccabile come molte di quelle quelle di zona42 - su cui s'intrecciano punti di focus geometrici e schizzi di fluidi corporei color rosa. Ma probabilmente l'editore - l'italiano come prima di lui l'inglese - ride beffardo sotto i baffi, sapendo che sì, l'opera di Sullivan parla di tutto questo, ma che non c'è un singolo morto per il virus; che nelle quasi duecento pagine (metà del romanzo) ambientate in un centro commerciale non c'è un singolo acquisto; che la tematica sessuale culmina in un combattimento a mani nude tra due donne che si contengono una provetta di sperma per la fecondazione artificiale.


Vero è che 'Selezione naturale', Maul nell'originale inglese, è un romanzo di difficile definizione. Ha una struttura bipartita, ma le storie sono esattamente parallele: non s'intersecano. Non si tratta esattamente di uno di quei romanzi in cui due o più linee narrative procedono autonomamente fino a un certo punto di convergenza, nel quale i protagonisti s'incontrano o si scontrano in un momento che è allo stesso tempo acme e scioglimento. Le due vicende che si alternano qui sono una la manifestazione dell’altra, l’allegoria. O, visto che l'impianto è solidamente biologico, potrei dire che il rapporto che intercorre tra le vicende di Sun e Meniscus è simile a quello che passa tra genotipo e fenotipo: ma è in un certo senso biunivoco.
Insomma - spiega l'autrice nella premessa all'edizione italiana - due storie "forza[te] in un'unione oscena e sbagliata".
E uno dei piaceri della lettura è individuare i punti di contatto e le trasposizioni più o meno dirette tra i nomi e i fatti relativi alle due storie. Tra quella di Sun - ragazza che si trova coinvolta, più o meno consapevolmente e volontariamente, in scontri a fuoco con un gruppo rivale e con le forze dell’ordine, e che per questo si muove in un centro commerciale assediato nonché a rischio attentato dinamitardo - e quella di Meniscus, clone umano, forse una specie di forma neotenica, rinchiusa in un laboratorio futuristico e destinata alla sperimentazione; un simulatore di sistema immunitario di maschio adulto (in un mondo quasi di sole donne) con lo svantaggio, si direbbe, di essere una persona.
È un romanzo praticamente senza luoghi, o meglio, che si svolge in quei non-luoghi che per l'antropologo Marc Augé sono tra i tratti caratterizzanti la surmodernità: il centro commerciale (non-luogo per eccellenza) e il centro di ricerca (celato in una struttura d'intrattenimento), luoghi di passaggio e di transizione, finalizzati a uno scopo; che non sono, in genere, luoghi di vita e di relazione.
Ma 'Selezione naturale' vuole essere anche un romanzo di formazione e maturazione. Psicologica e sociale nel caso di Sun, fisica e mentale nel caso di Meniscus. Veri luoghi sono necessari. E allora vengono eletti a luogo tanto il corpo quanto l’anima dei protagonisti, corpo estraneo nel contesto sociale e ricettacolo di corpi estranei. E seguiamo il procedere del virus sulla pelle del ragazzo, il suo diventare tutt'uno con esso, strabordando nelle unghie lunghe, blu e attorte così come lo svilupparsi e l'avvilupparsi dei pensieri di Sun, in una prosa perfettamente focalizzata.
E ciò che fa procedere le due storie su binari paralleli, che le fa girare in sincrono in un dualismo cartesiano, è il virus: anche per esso, per l'ospite di Meniscus e Sun (provvidenziale ambiguità semantica) si può parlare di maturazione. Ma la sua è di portata maggiore, di tipo biologico-evolutivo, e comprende e dà compiutezza alle altre.

Selezione naturale è anche altro: una riflessione sui ruoli di genere e sulla riducibilità o irriducibilità del genere al sesso biologico; non è un romanzo femminista ma è una degenerazione distopica - per cause di forza maggiore - di un certo tipo di femminismo dittatoriale che ricorda un po' il mockumentary 'No men beyond this point' (di molto successivo, visto che il romanzo è del 2003). O forse proprio in questo è un romanzo femminista: non si accontenta di dimostrare quanto le donne possano essere indipendenti dagli uomini ma rivela quanto possano diventare violente, prevaricatrici, artefici di una società ingiusta e marginalizzante.
È anche un'epica delle forme di vita di ogni tipo: dagli esseri umani, ai virus, alle coscienze artificiali, che forse giunge a una "morale": non c'è simulazione realistica di forma di vita che non ambisca a diventare quel che è già, ad entrare, attraverso il caso, il destino o un disegno, nel novero delle forme di vita vere e proprie. Al lettore decidere se si tratta di un monito o di una speranza.

Romanzo complesso, irriverente, ben scritto e, posso intuire, fedelmente tradotto, che ha i suoi punti di forza nei due stili completamente diversi e consoni ciascuno alla parte rappresentata, nella grande dose d'immaginazione di Sullivan e in una capacità di focalizzazione ai limite dello straniamento. Un po' troppo lungo e a tratti stancante nella parte del mall, più denso e interessante, con occasionali perdite (da parte mia) del filo del discorso nell'intercalarsi dei capitoli, nella parte futuristica.
Un dialogo tra la fantascienza distopica e un improbabile mainstream, con qualche elemento weird e un anelito al cyberpunk. Ma non ho già detto che è difficile da definire? Anche per questo, non resta che leggerlo.

domenica 8 maggio 2016

Mondi vicinissimi: Franco Battiato e la fantascienza /3

Post precedenti: 1; 2

GLI ANNI OTTANTA (e il resto)

Gli anni Ottanta, per Battiato, iniziano nel 1979 con L’era del cinghiale bianco, scelta di campo, come si diceva, all’insegna della commistione tra pop e cantautorato colto, oltre che di una nuova casa discografica: la EMI italiana.
Dell’anno successivo è Patriots, il primo album che riscuote un buon successo, per quanto generalmente ritenuto inferiore al precedente e al successivo. Niente di fantascientifico da segnalare nemmeno qui, direi.

L’album La voce del padrone, dell’81, è quello che fa conoscere Battiato al grande pubblico. Sette brani perfetti, tuttora tra i più noti del Maestro, eterogenei dal punto di vista testuale e musicale: vanno dal citazionismo pop (postmoderno?) di Cuccurucucù all’apparente nonsense di Centro di gravità permanente; dalla denuncia della società dei consumi e della parcellizzazione della cultura di Bandiera bianca al lirismo di Summer on a solitary beach o de Gli uccelli, i cui voli sono “codici di geometrie esistenziali” “che nascondono segreti del nostro sistema solare”.
Ma è con il brano Segnali di vita che Battiato precorre le tematiche cosmiche e fantascientifiche degli anni successivi. Alternando strumenti pop e ensemble classico diretto dal violinista Giusto Pio, Battiato indaga la distanza (e la vicinanza) tra l’immensità del cosmo e la pochezza dell’esistenza umana, bisognosa di evoluzione e ascesi. Quasi fosse un osservatore esterno, “nei cortili e nelle case all’imbrunire” Battiato non vede lo svolgersi di attività quotidiane ma, appunto, “segnali di vita”. La seconda strofa si apre con le parole “rumori che fanno sottofondo per le stelle”.
Il riferimento è molto probabilmente alla radiazione cosmica di fondo, la misurazione della quale confermò il modello inflazionistico dell’universo e valse il Nobel a Penzias e Wilson nel 1978. Prosegue coerentemente (!) Battiato: “Lo spazio cosmico si sta ingrandendo e le galassie si allontanano”. Questo straordinario brano è pervaso da un senso di inadeguatezza per un anelito troppo grande e un malinconico “stare adesso qui”, vissuto con insofferenza.


Del 1982 è l’album L’arca di Noè, dalla nota copertina tesa a raffigurare un paesaggio terrestre privo di vita, se non addirittura un pianeta alieno.


Il titolo è probabilmente un omaggio all’omonimo brano di Sergio Endrigo, classificatosi terzo al Festival di Sanremo del 1970.
Che Endrigo sia apprezzatissimo da Battiato – e che lo fosse proprio negli anni a cui risale il brano – è fuor di dubbio: lo confermano i sentiti rifacimenti di Te lo leggo negli occhi e Aria di neve nell’album Fleurs (1999) e di Era d’estate, in Fleurs 2 (2008), che il cantautore siciliano ama proporre anche durante i concerti. Presentata talvolta come filastrocca per bambini a causa del ritornello facile e allegro – i vari siti “Pianeta mamma” e simili a volte mettono i brividi – L’arca di Noè di Endrigo è una canzone profondamente tragica: un’apocalisse ecologico-tecnologica ha mutato radicalmente la vita e il volto del pianeta Terra e gli esseri umani sembrano ormai essere in ginocchio. Il verso “Che fatica essere uomo” è posto a chiusura delle due strofe, come un pugno allo stomaco. Segue il ritornello allegro “Partirà, la nave partirà. Dove arriverà? Questo non si sa. Sarà come l’arca di Noè: il cane, il gatto, io e te”. L’ottimistica conclusione è evidentemente ironica: quella proposta da Endrigo è una soluzione individuale, esclusivistica, una volontaria illusione di salvezza.



Guardando all’album di Battiato con queste premesse, sembra molto plausibile che la sua Arca di Noè sia un mezzo, concreto o metaforico/spirituale, in grado di traghettare il genere umano dall’attuale misera condizione ad una migliore. Una pratica mistica ascetica? Un nuovo stile di vita? O magari una nave generazionale, topos carissimo alla fantascienza?
A differenza di Fetus e Pollution, L’arca di Noè non è un concept album: il tentativo di trovare un filo conduttore a tutti i brani sarebbe quindi una forzatura. Ma più d’uno ha un carattere distopico o apocalittico, a partire dai due testi scritti da Tommaso Tramonti, pseudonimo di Henri Thomasson, scrittore e mistico francese. Come accadrà negli anni Novanta con Manlio Sgalambro, la collaborazione con pensatori, mistici, filosofi e quant’altro dà origine a testi che suonano più battiateschi di quelli di Battiato. Ecco innanzitutto Clamori:
Clamori nel mondo moribondo clamori nel mondo.
Ciuffi d'isotopi in mano, passeggio tra le particelle dei miei atomi: nuclei pulsari, neutroni e quasari. Il mondo è piccolo, il mondo è grande, e avrei bisogno di tonnellate d'idrogeno.
Infestati di ragnatele, pieni di minuscoli computers, mangiando farfalle giapponesi. Mosche giganti sputano dati dando il totale sui disoccupati.
Clamori nel mondo moribondo, clamori nel mondo.
Sangue nero di Harlem, manometri affollati a Wallstreet, nel fango delle cifre tutto se ne va.
Guerriglia nella giungla, ma sotto un tetto di palme, amore mio, lunga sarà la fine.
Sceicchi custodi di passaggi a livello nel deserto spargono lacrime di petrodollari. Sufi soffocati, mullah immobili nel silenzio delle sparatorie.
Clamori nel mondo moribondo, clamori nel mondo.



“Passeggio tra le particelle dei miei atomi” evoca una dimestichezza con la natura delle cose, una conoscenza scientifica del grande e del piccolo: pulsar, quasar, neutroni e nuclei, associati, al solito, in un grammelot pseudoscientifico. A questa conoscenza (che comprende la "teoria del caos" a cui forse si riferiscono le "farfalle giapponesi") non corrisponde una saggezza, da parte dell’uomo, nel vivere la sua vita: meccanizzato, invaso mentalmente e fisicamente dai suoi artefatti tecnologici, non può che praticare la guerra e la sopraffazione, a danno di chi questa saggezza potrebbe diffonderla e di chi, cercando di sfuggire alla dissennata contemporaneità “sotto un tetto di palme”, le sopravvivrà almeno un po’.

Segue L’esodo, sempre di Thomasson. L’incipit del brano è quanto mai esplicito:
Prima che la terza rivoluzione industriale provochi l’ultima grande esplosione nucleare, prepariamoci per l’esodo, il grande esodo, per noi, giovani del futuro.
E prosegue descrivendo la portata di questo esodo, che comporterà, tra l’altro la “fine dell’imperialismo degli invasori russi e del colonialismo inglese e americano”. Le masse di gente in movimento non costituiscono esse stesse l’esodo ma sembrano radunarsi in un unico luogo (“arriveranno da tutte le parti, dalle città e dalle campagne”) dal quale l’esodo avrà inizio. Si tratta forse dell’Arca di Noè del titolo: una colossale impresa spaziale destinata a portare l’uomo tra le stelle, alla ricerca di una nuova casa da abitare.




Un altro genere di apocalisse si può ascoltare ne La torre, canzonetta allegra ma un po’ ossessiva con testo stavolta di Battiato. Dopo un’introduzione in linea col giochino del “chi butteresti giù dalla torre?”, candidamente, il Nostro canta:
Ritorneranno dinosauri antidiluviani, una razza di super-rettili che si mangerà – trallalalalalà – i presentatori, specie quelli creativi che giocano ai quiz elettronici. Si mangerà chi fa ma non sa quel che fa.
In questo siparietto tra Godzilla e il Bulgakov de Le uova fatali, Battiato auspica per l’umanità una fine terrificante piuttosto che l’attuale deriva antropologica.

Curioso come L’arca di Noé sia stato recepito da alcuni quasi come un manifesto della “nuova destra” (vd. la recensione di Gianfranco Manfredi  su La stampa), apparentemente per il brano Radio Varsavia – soprattutto per il riferimento a “chi scappava in occidente” – e perché ne La torre l’imperialismo dei Russi viene citato prima del colonialismo americano. Dietro a questi, mi pare, futili motivi, si celano, oltre alla difficoltà ad interpretare la dimensione esistenziale dell’arte come tale e non come istanza politico-ideologica, anche l’insofferenza per un misticismo letto soltanto nella sua veste di irrazionalismo di destra e per una sfiducia in un’idea precostituita di progresso. In questo senso il brano incriminato è New frontiers, che si apre con i Madrigalisti di Milano che proclamano “l’evoluzione sociale non serve al popolo se non è preceduta da un’evoluzione di pensiero”.

L’album Orizzonti perduti, eterogeneo e riuscitissimo, non riprende temi fantascientifici, ma si concentra sui ricordi d’infanzia e sulla distanza lirica tra essa e la vita contemporanea. Il brano con qualche spunto utile in questa sede è La musica è stanca, ancora di Thomasson, un inno alla vacuità del moderno che si esplica nell’arte quanto nella scienza. Memorabili i versi:
Adamo colse della frutta dall’albero della conoscenza, poi l’ultima mela cadde sulla testa procurando un ematoma a Newton.
Dopo Isaac Newton (che qualcuno dice primo scienziato e ultimo alchimista) la scienza non ha più prodotto alcun vero sapere.

Finalmente arriviamo, nel 1985, a Mondi lontanissimi, album dal quale prendono il nome questi articoli.



Il brano di apertura, Via Lattea, ha un impianto fortemente narrativo oltre che imitativo, magari anche solo nel materiale verbale, di una certa hard science fiction:
Ci alzammo che non era ancora l’alba pronti per trasbordare dentro un satellite artificiale che ci condusse in fretta alle porte di Sirio, dove un equipaggio sperimentale si preparava al lungo viaggio. Noi, provinciali dell’Orsa Minore, alla conquista di spazi interstellari e vestiti di grigio chiaro per non disperdersi, seguimmo certe rotte in diagonale dentro la Via Lattea.
Come raramente accade in Battiato, anche il video è di tipo narrativo, e in alcuni momenti è – incredibile a dirsi – aderente al testo: vi vediamo le “rotte in diagonale” (curvatura?) tracciate su una mappa stellare; il cantautore che, con una valigetta quasi da pendolare o commesso viaggiatore, passeggia su una superficie geotermicamente attiva; edifici freddi e anonimi, con pareti di cemento o a specchio; un malinconico addio da parte di una donna con un bambino.



In Mondi lontanissimi troviamo anche No time no space, l’altro testo spiccatamente fantascientifico di Battiato: la commistione tra science fiction e misticismo è, qui più che altrove, indissolubile.
Parlami dell’esistenza di mondi lontanissimi, di civiltà sepolte, di continenti alla deriva. Parlami dell’amore che si fa in mezzo agli uomini, di viaggiatori anomali in territori mistici. Di più. Seguimmo per istinto le scie delle comete come avanguardie di un altro sistema solare. No time, no space, another race of vibraition…
Le prime parole fungono da premessa: un’estensione spaziale e temporale del contesto. In tale ambito allargato hanno luogo relazioni amorose e viaggi anomali e mistici, in una prospettiva sapienziale e messianica (poche immagini sono più chiare della sequela di una cometa!). Ma il mezzo di questo viaggio non è né il tempo né lo spazio, ma un’altra sorta di vibrazione, di natura interiore ma non meno percorribile dello spaziotempo. Da un lato non posso biasimare chi reputa mondi lontanissimi e comete come nient’altro che una patina fantascientifica che copre aneliti spirituali e religiosi; dall’altro, vedo in questa ricerca di parallelismo tra il macrocosmo empirico e quello interiore più di una consonanza con l’inner space ballardiano.
Il video di No time no space, secondo me, è geniale. Non so se sia solo il sapore retrò a consentire la sua fruizione in tono ironico, o non aiuti piuttosto il suo non prendersi mai troppo sul serio, ma si ha l’impressione che già negli anni Ottanta Battiato sapesse di “fare molto anni Ottanta” nel senso in cui lo intendiamo oggi.



Di Mondi lontanissimi fanno parte anche i brani Personal computer e I treni di Tozeur. Il primo lamenta ancora una volta l’abisso tra la modernità scientifico-tecnologica e la sostenibilità e felicità della condizione umana. Nel secondo invece – presentato da Battiato e Alice all’Eurofestival del 1984 – c’è un solo passo “fantascientifico”, che però può stravolgere il significato di tutta la canzone: “nelle chiese abbandonate si preparano rifugi e nuove astronavi per viaggi interstellari”. Se si dà per buona l’interpretazione letterale, allora il setting scelto da Battiato è qualcosa di simile a un post-apocalittico in cui il genere umano pian piano si sta risollevando: le chiese abbandonate vengono adibite a rifugi in via precauzionale; vi vengono costruite delle “nuove astronavi”, che vengono magari dopo quelle utilizzate per “l’esodo” da chi poteva permetterselo. In tal senso va anche letta la presenza di altri “rifugi”: “in una vecchia miniera distese di sale e un ricordo di me”: il ritorno di qualcuno nei luoghi in cui ha trascorso i momenti più bui. Ma tutto ciò è solo congettura. L’interpretazione metaforica delle astronavi e dei viaggi interstellari è ancora una volta di natura mistica, e si ritorna qui ai primissimi album del Maestro: con la pratica spirituale e ascetica le anime trovano conforto (rifugi) e si preparano ai viaggi interstellari, che compiranno nella loro trasmigrazione finalizzata alla reincarnazione su mondi lontani.



Dopo Mondi lontanissimi, Battiato tornerà molte altre volte alla fantascienza, alle grandezze cosmiche, ai viaggi interstellari, agli inner e agli outer space, ma di rado così esplicitamente e mai secondo l’ispirazione così diffusa di questo album o così coerente (per quanto difficile) di Fetus e Pollution.
Di molti altri testi si potrebbe fare un’analisi puntuale, ma diventerebbe ozioso, perché quasi tutto può essere interpretato con chiavi di lettura già date fino ad ora. Dal punto di vista della fantascienza, di nuovo e notevole segnalo ancora solo Shock in my town, dall’album Gommalacca (1998), esperimento che credo di poter definire “cyberpunk”.
Per il resto Battiato continua a muoversi tra pop, classica e elettronica; tra visioni mistiche, voli pindarici, ethos lirico e nonsense; tra passati vissuti nostalgicamente, futuri improbabili, e – sempre più autenticamente politico – presenti che nella sua personale interpretazione (Ermeneutica) sono già distopici:
Tutte le macchine al potere, gli uomini a pane e acqua

Per approfondire o sentire altre campane:
Battiato nello spazio
Domenico Ruoppolo e AA.VV., "Franco Battiato. Evadere le regole dell'universo"
Franco Fabbri, "Un pianeta proibito: il cinema di fantascienza e la musica elettronica"

venerdì 15 aprile 2016

Mondi vicinissimi: Franco Battiato e la fantascienza /2


GLI ANNI SETTANTA

FETUS

Nel 1972 un Franco Battiato noto forse per l’irriverente pubblicità dei divani Busnelli (vedi post precedente) pubblica con l’etichetta Bla Bla il suo primo LP: Fetus.

Cominciamo bene: l’album è, come recita il retro della copertina, “interamente dedicato alla persona e all'opera di Aldous Huxley”. Si tratta di musica sperimentale, elettronica (“uno dei primi dischi italiani elettronici”, spiega il Maestro), progressive rock e quant’altro. Un’orgia di musiche, suoni e rumori, lontana tanto dal cantautorato dei singoli degli anni precedenti quanto dal pop a tratti ironico-cinico del decennio successivo. L’utilizzo della strumentazione, piuttosto nuovo per l’arretrata scena musicale italiana, è spesso smaccatamente esibizionista, così come provocatoria è la copertina, che molti negozianti preferirono non esporre.



I testi (mi soffermerò principalmente su questi), di Battiato e di Sergio Albergoni (con lo pseudonimo di Frankenstein), sono abbastanza criptici, ma un ascolto alla luce dell’opera di Huxley e del misticismo battiatesco rivela un disegno, una possibile narrazione che si dipana tra le varie canzoni. I punti in comune con Mondo nuovo sono specialmente quelli relativi alla riproduzione, che nell’opera di Huxley è produzione in serie, del genere umano. Battiato, che crede nella trasmigrazione delle anime, vuole probabilmente indagare la possibile intersezione tra questa dottrina e le distopie o utopie genetiche come quelle descritte da Huxley. Il concepimento “naturale” e la vita prenatale intrauterina – sembra dire Battiato – sono esperienze fondanti l’umanità, la spiritualità e la mistica degli individui: la loro sostituzione in favore di qualcosa di più tecnologicamente efficiente può avere dei risvolti negativi per la “vita” intesa come qualcosa di più grande della sua oggettivazione in un individuo. Nei testi non c’è traccia di Huxley (ma un riferimento diretto sarà presente nell’album successivo), quindi quanto detto e quanto segue è una mia liberissima estrapolazione: mi piace fantasticare, fantascientificheggiare.

Nel brano d’apertura Energia, Battiato canta:
“Se un figlio si accorgesse che per caso è nato fra migliaia di occasioni capirebbe tutti i sogni che la vita dà, con gioia ne vivrebbe tutte quante le illusioni”
[NB: i testi sono tutti trascritti con una punteggiatura che mi pare consona] Il concepimento che preveda una componente del caso sembra essere, al contrario di quello programmato nei laboratori di Mondo nuovo, una base antropologica più solida sulla quale il nascituro può fondare la propria felicità.

Il testo del brano successivo, Fetus, è solo questo:
“Non ero ancora nato che già sentivo il cuore, che la mia vita nasceva senza amore. Mi trascinavo adagio dentro il corpo umano, giù per le vene verso il mio destino”
Qui, come in alcuni brani successivi, il narrato sembra essere focalizzato su una sorta di coscienza, spirito o energia vitale. Il punto di vista di chi parla non è quello del feto che si muove nel grembo materno, ma di una sostanza spirituale che si trascina per le vene in formazione del feto stesso. La prima frase va interpretata ovviamente come “sentivo il cuore (e sentivo) che la mia vita nasceva senza amore”. Si tratta dell’amore familiare, negato dalla permanenza extrauterina e dalla società Huxleyana del venticinquesimo secolo che non prevede alcun legame di parentela?



Il brano successivo s’intitola Una cellula:
“Cambieranno le mie cellule e il mio corpo nuova vita avrà […] Sarò una cellula fra motori”
La focalizzazione è di nuovo la coscienza/forza vitale di cui sopra. Il soggetto di “cambieranno” mi sembra essere “essi”, non le cellule, che invece è complemento oggetto. Si parla, qui, di manipolazione genetica e crescita dell’embrione in vitro; nella fabbrica di esseri umani con cui si apre il capolavoro di Huxley. Poi prosegue:
“Viaggeremo più veloci della luce intorno al sole. Come macchine del tempo contro il tempo che non vuole”
Di difficile interpretazione. Il viaggio intorno al sole è quello delle coscienze, che attendono di essere reincarnate? Quel che si legge è un’idea di forzatura: “contro il tempo che non vuole”.

In Cariocinesi (che a quanto pare è sinonimo di mitosi) forse si parla semplicemente della formazione dell’embrione a partire dalla cellula uovo. Ma – visto che il quadro di riferimento è sempre Huxley – si può pensare al processo Bokanovsky, col quale vengono moltiplicati i membri delle caste gamma, delta e epsilon. Verso l'inizio di Mondo nuovo troviamo un addetto che spiega a degli studenti le peculiarità della tecnica riproduttiva in uso:
“Un uovo, un embrione, un adulto: normalità. Ma un uovo bokanovskificato germoglia, prolifica, si scinde. Da otto a novantasei germogli, e ogni germoglio diventerà un embrione perfetto, e ogni embrione un adulto completo. Far crescere novantasei esseri umani dove prima ne cresceva uno solo. Ecco il progresso”
E in Cariocinesi Battiato canta:
“Un nucleo si divide e due sono le vite e quattro e otto ancora, in giusta progressione. Processo di magia, processo forse cieco o forse illuminato da memoria senza passato”

Il brano successivo, Fenomenologia è una canzone fondamentalmente tripartita, sia a livello di musica che di testo. La prima parte delle parole si riferisce probabilmente alla materializzazione, al farsi fenomeno (di qui il titolo) misurabile e apprezzabile di quell’unità di coscienza di cui si diceva sopra. Mentre ciò si verifica, la coscienza perde consapevolezza, perde se stessa:
“Ho già scordato la mia dimensione e forze sconosciute mi strappano da me”
Segue una sorta di wordpainting o grammelot chimico (se anche soltanto si avvicina a significare davvero qualcosa avvisatemi):
“L’esotomia, l‘ibiemmazione de-cloro-de-fenilchetone, ST-etilizzazione han dato vita alla biogrammazione (o “programmazione”)"
Il testo si conclude con la ripetizione cantata di queste funzioni:
x1 = A*sen (ωt), x2 = A*sen (ωt + γ)
che riportate in un grafico risultano essere delle sinusoidi che, sovrapposte, possono costituire una rappresentazione stilizzata del DNA. L’insistenza su queste linee di testo ben rappresenta lo scorrere, il perdurare di questa linea biologico-melodica.



Meccanica è la prima traccia del lato B del vinile di Fetus. Unico testo scritto dal solo Battiato: inaspettatamente, il testo più semplice:
“Meccanici i miei occhi, di plastica il mio cuore. Meccanico il cervello, sintetico il sapore. Meccaniche le dita, di polvere lunare. In un laboratorio il gene dell’amore”
Altro riferimento alla “fabbricazione” dell’uomo. Qui sembra che l’individuo sia presente e pensante, o forse è ancora la “forza vitale” che parla stavolta dall’esterno. Questo brano è il punto attuale e concreto della coscienza rappresentata nel suo divenire attraverso l’organismo-meccanismo che è l’essere umano.

Anafase: per quanto l'anafase sia soltanto una procedura biochimica della replicazione cellulare, l’accento va messo sulla scissione o separazione, che caratterizza questa fase. Dopo una vita “meccanica”, la coscienza si separa dal corpo, che muore, per andare a reincarnarsi altrove, su altri mondi:
“Varcherò i confini della terra verso immensità sopra le astronavi verso le stazioni interstellari”

Il testo di Mutazione è tra i più criptici:
“Millenni di sonno mi hanno cullato. Ed ora ritorno: qualcosa è cambiato. Non scorgo segnale che annunci la vita eppure l'avverto ci son vibrazioni. Che cosa vedranno fra poco i miei occhi? Magari saranno dei corpi di pietra. Li sento arrivare. Magari saranno dei corpi di pietra. Li sento arrivare, li sento arrivare”
In chiusura, assistiamo a questa “anima” che, attraversati per millenni gli spazi siderali, giunge alla prospettiva di una reincarnazione su un altro pianeta o in un'altra dimensione. La attendono “dei corpi di pietra”. È una riproposizione allegorica del corpo “meccanico” di due brani prima? È una generica attestazione di immane alterità? Oppure una risultante, nell’ottica del karma o del contrappasso, della vita precedente: progettata a tavolino e vissuta meccanicamente, ingranaggio di un meccanismo sociale distopico? Per concludere adeguatamente il percorso, avvalorerei l’ultima ipotesi.

Tutto ciò è fantascienza? Sì, se lo sono la fantascienza metafisica, le visioni mistiche di P. K. Dick, tutte le estrapolazioni in cui la componente “scienza” del composto “fantascienza” non sia una cosiddetta “scienza dura” ma sia invece il suo opposto. Ma è anche pseudoscienza, e pure – se ne può trovare conferma in lavori successivi – “teoria degli antichi astronauti” e cose simili. Può non piacere, ma secondo me la speculazione antropologica ed esistenziale è una delle tante possibili e accettabili in questo genere.


POLLUTION

Dello stesso 1972 (dicembre) è anche il disco successivo: Pollution, dalle sonorità più rock-progressive, ma non privo di ulteriori sperimentazioni “elettroniche” e “sintetiche”. Anche nei testi di questo album, scritti sempre da Albergoni-Battiato, vengono riprese (stavolta anche esplicitamente) tematiche fantascentifico-Huxleyane, mistiche e pseudoscientifiche. È a queste ultime che Battiato sembra pagare il tributo maggiore: l’album – recita il retro del vinile – è un “Gesto sonoro in sette atti dedicato al Centro Internazionale Studi Magnetici”.



Se anche alla pseudoscienza può essere riconosciuta la dignità di una storia, il Centro Internazionale Studi Magnetici di Pier Luigi Ighina ne fa assolutamente parte. Non mi dilungo sul personaggio e sulle sue idee (divertitevi su wiki): basta dire che nell’LP di Pollution era contenuto questo “AVVISO:
il 14 settembre 1972 in una località della Francia, si è tenuta un’assemblea di quasi tutti i Centri Internazionali Studi Magnetici i quali hanno rilasciato il seguente comunicato: il 12 settembre 1972 ad Imola (BO) Italia, è stato inaugurato il più grande stroboscopio magnetico esistente sul globo terrestre ed ha già dato esiti positivi. Da questi primi risultati positivi si è venuti alla determinazione di eseguire in data da destinarsi, un nuovo esperimento così concepito: 18.000 persone provenienti dai nostri centri di studi magnetici dislocati in tutte le parti del mondo (scienziati, tecnici, collaboratori, ecc. ) si spargeranno su tutto il suolo italiano e con apparecchiature magnetiche eseguiranno concordemente fra di loro l’esperimento di bloccare per 24 ore tutti i veicoli a motore a scoppio e diesel circolanti in Italia. Questo secondo esperimento di portata mondiale servirà a far conoscere, riflettere e far prendere in considerazione, il principio del ritmo magnetico sole-terra, per poter deviare l’umanità dalla catastrofe in cui sta per precipitare. Imola, 25 settembre 1972”

Il tema del disco, Pollution, sembra essere quello dell’inquinamento (atmosferico? idrico? forse proprio magnetico? metafisico?) di cui l’uomo è responsabile.

Il primo brano s'intititola Il silenzio del rumore:
“Il silenzio del rumore delle valvole a pressione i cilindri del calore serbatoi di produzione. Anche il tuo spazio è su misura. Non hai forza per tentare di cambiare il tuo avvenire per paura di scoprire libertà che non vuoi avere. Ti sei mai chiesto quale funzione hai?”
Certamente si tratta di sfruttamento del lavoro operaio e da alienazione da catena di montaggio, a cui il soggetto è incapace di reagire, forse per mancanza di stimoli e di strumenti. Ma, con la memoria a Huxley, possiamo pensare alla condizione delle classi inferiori in Mondo nuovo, progettate e deprivate delle loro facoltà per essere utili ingranaggi, incapaci di ribellarsi.
Ad ogni modo, questa condizione sembra essere l’anticamera del cataclisma di cui sopra, infatti…

...il brano successivo è 31 dicembre 1999 ore 9. Venti secondi di esplosione e dei suoi vari echi. Il “testo” qui, evidentemente, è il titolo. Il Battiato mistico e profetico s’inquadra bene nelle varie teorie millenaristiche.

Segue Areknames. Le parole sembrano incomprensibili come il titolo:
“Atenoip arret el evoun sisohprammatem ereitnorf alled etnem”
Assieme alla parola del titolo “Areknames” e a qualche altra sillaba, tale testo è ripetuto decine di volte, come un mantra. Letto al contrario (ma parola per parola) troviamo: Pianeta terra. Le nuove metamorphosis. Frontiere della mente. “Areknames” al contrario è “Se mancherà”. L’ipotesi è che si parli della possibile mancanza del pianeta Terra, condizione che richiederebbe all’uomo nuove metamorfosi al limite dell’immaginabile”. Il brano è tra i migliori e più innovativi di questa prima discografia di Battiato, vale la pena di ascoltarlo.




Coll’ultimo brano del Lato A di Pollution si ritorna prepotentemente al Mondo nuovo. Il titolo è Beta, e Battiato recita, con tono fanciullesco e idiota:
“Son felice di essere un beta! Il mio giorno non è duro. Dentro il mare mi posso vestire, dai gamma e dai delta farmi ubbidire! Quando gioco non rompo mai niente: la violenza non ho nella mente”
La beta, nella distopia di Huxley, è la classe sociale destinata ai lavori impiegatizi, non faticosi, senza grosse responsabilità. Battiato la dipinge come una classe sociale immatura che, soddisfatti i suoi bisogni primari di benessere e di minima affermazione personale, anche a discapito di altri, non ha bisogno d’altro, né può rivendicarlo. (Non riesco a cogliere il riferimento al mare, se non come anticipazione del successivo Plancton) Dopo uno stacco, parte una registrazione da La Moldava di Smetana, sulla quale Battiato recita ieraticamente:
“Dentro di me vivono la mia identica vita dei microrganismi che non sanno di appartenere al mio corpo... Io a quale corpo appartengo?”

Seguono i brani Plancton, Pollution e Ti sei mai chiesto quale funzione hai?, quest’ultimo soltanto strumentale. Plancton ritorna alle imprevedibili metamorfosi di prima e canta:
“Sto vivendo da due secoli in oceani: ho imparato come respirare mare, le mie mani diventano squame, sotto il mare sta cambiando la mia struttura e il mio corpo è sempre più uguale ai pesci; i miei capelli diventano alghe”
Il brano è tra i più suggestivi dell’intero album e ricorda, per parole e atmosfera, alcuni versi della Tempesta di Shakespeare: la canzone di Ariel che comincia con le parole Full fathom five thy father lies. Per quanto tutto possa essere letto in modo simbolico, la lettera mi pare qui preponderante: a causa di sconvolgimenti climatici, la vita umana si sta evolvendo fisicamente per vivere sott’acqua. Conseguentemente, Pollution inizia col rumore delle onde del mare (quasi un accenno a un “concerto per sintetizzatore e onde”). Segue un inatteso e straordinario coretto “progressive-psichedelico” (scusate, non sono un critico musicale) e poi, accompagnato solo dalla sua eco, Battiato intona, queste linee di testo:
"La portata di un condotto è il volume liquido che passa in una sua sezione nell'unità di tempo: e si ottiene moltiplicando la sezione perpendicolare per la velocità che avrai del liquido. A regime permanente la portata è costante attraverso una sezione del condotto”
Laddove è palmare (anche per visto il brano precedente) che la descrizione fisica della misura della “portata” è metafora per un’inondazione. Infine, ancora un grammelot chimico-fisico:
“Atomi dell'idrogeno campi elettrici ioni-isofoto radio litio-atomico gas magnetico”

Pollution è il secondo e ultimo disco a tematica fortemente pseudo/fanta-scientifica che Battiato ha realizzato negli anni Settanta. In questo decennio il cantautore siciliano lavorerà a molte altre opere ma di natura quasi sempre strumentale e sperimentale. Ancora musica elettronica, "musica cosmica", sperimentazioni classiche, un premio Stockhausen per "L'egitto prima delle sabbie": praticamente sette anni senza un testo.

Del 1979 è L’era del cinghiale bianco, il ritorno, o meglio l'approdo, di Battiato alla musica cantautorale. Musica pop con qualche sperimentalismo; testi colti, stavolta senza riferimenti fantascientifici. Nel Cinghiale bianco compare una delle canzoni a mio avviso migliori del Maestro: Il Re del mondo. Prima di passare, col prossimo post, agli anni Ottanta, per una fantascienza tutta inner space, non posso che citarne un verso che ho sempre ritenuto illuminante, ovviamente anche in chiave apocalittica:
“E il giorno della fine non ti servirà l’inglese”.